Le luci delle Olimpiadi e i morti delle favelas. Ogni giorno uccisi 29 fra bambini e adolescenti

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brasile bambini

di Michele Luppi

BRASILETra pochi giorni gli occhi di tutto il mondo saranno puntanti su Rio de Janeiro dove, la sera del 5 agosto 2016, l’ultimo tedoforo accenderà il braciere olimpico. Una luce abbagliante, quella dell’Olimpiade “made” in Brasile, che rischia di distogliere ancora una volta l’attenzione dalle contraddizioni della società brasiliana dove povertà e violenza continuano a regnare, specie nei quartieri più poveri. Secondo una commissione d’inchiesta, voluta dal Parlamento brasiliano, nel corso del 2013 vi sono stati in Brasile 60mila omicidi.

Vite che, nonostante l’attenzione del mondo, continueranno a consumarsi nelle favelas delle megalopoli, nei villaggi dei “sem terra” e nelle zone rurali dell’Amazzonia, in un universo di disuguaglianze dove ricco e povero convivono spesso a pochi metri di distanza, vittime e carnefici di un sistema economico e sociale che sembra non poter essere scalfito. Lo dimostrano i 25 attivisti per i diritti umani uccisi in Brasile nei primi quattro mesi del 2016. Una lunga scia di sangue che non ferma quanti, nonostante le minacce e la paura, continuano ad andare avanti. Persone come Valdenia Paulino, avvocatessa impegnata da oltre vent’anni nella tutela dei diritti umani, che ha provato sulla sua pelle la violenza di chi voleva metterla a tacere, senza riuscirci.

La incontriamo durante una sua visita in Italia insieme al marito italiano, Renato Lanfranchi, con cui condivide l’impegno nel Centro per i diritti umani di Sapopemba, uno dei quartieri più poveri di San Paolo. “Sono cresciuta in una famiglia povera – racconta l’avvocatessa – e mi sono formata nella Comunità ecclesiale di base del quartiere e al Centro per i diritti umani fondato dai missionari comboniani. È grazie a loro che ho potuto studiare e mettermi al servizio dei più poveri”. Un impegno che ha portato avanti nonostante le minacce che l’hanno costretta a lasciare il Brasile per alcuni anni accettando di aderire ad un programma di protezione internazionale.

In quasi trent’anni di impegno Valdenia Paulino ha lottato al fianco di donne vittima di violenza, carcerati, minori abbandonati, cercando di difenderli dalle gang e dalla malavita, ma anche – in molti casi – dalla violenza della polizia. Le vittime sono quasi sempre giovani neri e meticci – il 75% degli omicidi – tanto da spingere gli attivisti a parlare di un vero e proprio “genocidio della gioventù nera brasiliana”.

“Ogni giorno in Brasile – racconta l’avvocatessa – ci sono una media di 29 uccisioni di bambini e adolescenti. Molti di loro cadono vittima degli scontri tra bande, altri della repressione e della violenza da parte della polizia che non si fa scrupoli a sparare contro bambini. In molte occasioni abbiamo denunciato il comportamento di poliziotti corrotti e violenti, qualcuno è stato rimosso ma non è facile mettersi contro il sistema”.

Lei stessa si è dovuta difendere dalle accuse, sempre rivelatesi infondate, di chi ha provato a screditarla. “Questo clima di tensione – spiega Renato Lanfranchi – è aumentato negli ultimi anni quando la polizia, proprio in vista dei grandi eventi ha iniziato una vera e propria pulizia sociale per riqualificare le zone centrali delle città, costringendo migliaia di persone a trasferirsi verso le periferie”. Ma da cosa si origina tutta questa violenza? “La radice di tutti i mali – spiega Lanfranchi – affonda nella disuguaglianza sociale. Il Brasile è una democrazia giovane, tra l’altro travolta dai recenti scandali che hanno toccato anche la presidente Dilma Rousseff (sotto impeachment ndr). Negli ultimi anni la grande crescita economica, trainata dai prezzi del petrolio, ha permesso a milioni di brasiliani di uscire dalla povertà, i giovani hanno potuto studiare, ma poco è stato fatto per limitare le disuguaglianze, così quando la recessione è arrivata, a seguito del crollo dei prezzi delle materie prime, la situazione è tornata a farsi tesa e la violenza sociale a crescere. Se non si riuscirà ad arrivare ad una più equa distribuzione della ricchezza la situazione non potrà migliorare realmente”. Per questo Renato e Valdenia, così come tanti altri, continuano nella loro azione di denuncia, da una parte, e di educazione dell’altra. “È un lavoro lungo – conclude Valdenia -, ma vedo una generazione di giovani brasiliani che sta lentamente cambiando rotta, prendendo consapevolezza dei proprio diritti e trovando la forza di rivendicarli. Perché il primo diritto è quello di avere coscienza dei propri diritti”.

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