Quanto conta il voto dei giovani?

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VotoDi Stefano De Martis

Il voto per la Brexit, in cui le scelte della popolazione britannica più avanti negli anni sono risultate determinanti a dispetto della propensione dei più giovani per il “remain” nella Ue, ha posto con evidenza internazionale la questione del peso del dato anagrafico sugli esiti elettorali. E in un Paese sempre più vecchio come l’Italia la questione ha assunto una colorazione particolarmente intensa. Tanto più che il recentissimo voto amministrativo sembrava aver suggerito una lettura completamente diversa, mettendo in luce un ruolo decisivo delle generazioni più giovani (o almeno non anziane).

Giovani tra il 20 e il 30%. Il presupposto di ogni ragionamento sul tema è l’effettiva incidenza demografica delle diverse classi di età. Rielaborando i dati forniti dall’Istat, aggiornati al primo gennaio 2016, la popolazione residente tra i 18 e i 24 anni è pari a 4.191.561 unità; tra i 25 e i 34, 6.798.525; tra i 35 e i 44, 8.861.003; tra i 45 e i 54, 9.689.373; tra i 55 e i 64, 7.747.302; oltre i 65 ben 13.369.754, circa il 22% del totale. Numeri eloquenti. Con un’avvertenza: rispetto agli aventi diritto al voto, il dato sulla popolazione residente maggiorenne comprende gli immigrati (mediamente più giovani) e non comprende gli italiani all’estero iscritti alle liste elettorali (verosimilmente meno giovani della media). Quindi il corpo elettorale è ancora un po’ più attempato di quanto emerga dalle rivelazioni Istat sulla popolazione in generale. Purtroppo il ministero dell’Interno non ci ha fornito il dato degli aventi diritto al voto articolato per classi di età, ma può essere indicativa l’elaborazione che per quanto riguarda Roma è stata effettuata dai servizi statistici del comune sui dati del maggio 2013: gli elettori capitolini tra i 18 e i 24 anni erano 184.558, quelli tra i 25 e i 44, 719.925; tra i 45 e i 64, 803.816; oltre i 65, 642.909. Sintetizzando, su quasi due milioni e mezzo di elettori romani, le persone tra i 18 e i 44 anni di età erano il 38,5%, quelle dai 45 in su il 61,5%. “Sì, certo, i giovani rappresentano un quota ridotta dell’elettorato e per di più con una minore propensione ad andare a votare”, conferma Paolo Natale, docente alla Facoltà di scienze politiche della Statale di Milano e consulente di Ipsos, uno dei più accreditati studiosi dei comportamenti elettorali. “Diciamo che a seconda dell’età a cui ci si spinge a considerare giovani gli elettori – spiega ancora Natale – siamo tra il 20 e il 30%, ma in quest’ultimo caso arrivando ai 35 anni, mentre gli ultra 55enni sono circa il 45% dell’elettorato e vanno di più alle urne”.

Torino, Roma e Milano. La sottolineatura della propensione al voto non è casuale. Il dato anagrafico conta certamente, ma non è un fattore assoluto. Per Natale “il problema vero è legato all’affluenza” e questa al tipo di offerta politica: “Quando il voto dei giovani è radicato in un’opzione forte, allora può diventare decisivo, com’è accaduto con i 5 Stelle che sono riusciti a portare al voto i giovani e fare il pieno tra di essi”. Questo, secondo l’analista, è avvenuto in modo particolarmente evidente a Torino. Il sindaco uscente Piero Fassino aveva quote di consenso elevatissime tra gli ultra 55enni, ma al ballottaggio i giovani degli altri partiti, soprattutto della Lega, sono andati alle urne per votare Chiara Appendino che poi ha vinto nettamente.

Anche a Roma, dove l’affermazione della candidata 5 Stelle ha raggiunto al secondo turno proporzioni imprevedibili, consultando le rilevazioni di Ipsos si scopre che tra gli ultra 65enni Roberto Giachetti ha tenuto bene, arrivando a pochissima distanza da Virginia Raggi (48 contro 52%), che però ha letteralmente sbancato nelle altre classi di età, peraltro ben al di là dei confini dell’area giovanile (ha sfiorato il 70% anche nella fascia 55-64 anni).

A Milano, invece, Natale osserva che sui giovani ha influito l’effetto Expo (qualcosa di paragonabile al filo-europeismo dei giovani britannici) e Giuseppe Sala, che di quell’evento è stato il responsabile, è stato ben giudicato. Il che dimostra, secondo l’analista, che quando mette in campo candidati adeguati il Pd è ancora in grado di intercettare il consenso giovanile cresciuto con il primo periodo dell’era-Renzi. Viceversa, tra gli adulti-anziani di centrodestra la mancanza di una leadership forte e unitaria ha prodotto soprattutto un aumento dell’astensione, non compensata dai tentativi di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che non hanno avuto un seguito sufficiente.

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