L’importante ruolo della Parrocchia SS. Annunziata nella storia di Porto D’Ascoli

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Monteprandone Porto D'AscoliFernando Ciarrocchi

MONTEPRANDONE – Il noto storico monteprandonese, prof. Saturnino Loggi, ci ha ricevuto nel suo studio sempre strapieno di libri, carte, appunti e ricerche storiche in corso d’opera.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni tra cui la ristampa rivista e aggiornata, del volume “Monteprandone – Porto d’Ascoli. Storia di un territorio” .
A questo tomo di puntuale e attenta ricerca storica il prof. Loggi ha lavorato con dedizione e passione da diversi anni e l’occasione è stata l’ottantesimo anniversario del distacco della frazione di Porto d’Ascoli dal Comune di Monteprandone con la conseguente annessione al Comune di Monteprandone (1935-2015).
L’opera è stata realizzata grazie all’apporto finanziario del Comune di Monteprandone, del BimTronto e della Banca Picena Truentina Credito Cooperativo di Acquaviva Picena e Monteprandone.

Professore, quando si ebbero i primi tentativi di S. Benedetto per aggregarsi la frazione di Porto d’Ascoli e quali i motivi?
Dopo l’unificazione nazionale, S. Benedetto assunse l’appellativi “del Tronto”, divenne centro del 46° collegio elettorale del regno, mandamento dei comuni di Acquaviva, Monteprandone, Monsampolo e l’incremento annuo della popolazione era in considerevole ascesa.
La cittadina si sentiva stretta entro i suoi confini, che penalizzavano la sua espansione, le sue attività commerciali, artigianali ed industriali ( bachicultura, sericultura, tessile, pesca con le attività ausiliare delle rete, dei cordami, etc.) in continuo sviluppo..
Fin dal primo momento del nuovo regime nazionale, i Sambenedettesi incominciarono a guardare con avidità di possesso il territorio alla sinistra della sponda del fiume Tronto Con il primo tentativo, effettuato il 15 giugno 1861, il comune di S. Benedetto chiedeva l’aggregazione di una parte del territorio di Porto d’Ascoli, precisamente quella al di sotto della strada statale Adriatica fino al mare e al Tronto. La proposta votata all’unanimità dal consiglio comunale fu inoltrata alle autorità competenti statali, ma il tentativo non ebbe alcun seguito.
I Sambenedettesi però non si arresero e ci riprovarono il 30 ottobre 1879 con la richiesta, questa volta, dell’annessione dell’intera mappa o sezione di Porto d’Ascoli e allegando una sottoscrizione di appoggio da parte delle forze economiche della frazione (proprietari di terra, imprenditori, commercianti, etc.), che speravano di ottenere vantaggi per le loro attività. Opposizione ferma del consiglio comunale di Monteprandone, che nella seduta del 21 novembre 1879 votava un o.d.g., in cui si precisava che l’art. 16 della legge comunale e provinciale del 20 marzo 1869 dava la facoltà al governo di separare da un territorio comunale solo borgate o frazioni, per cui la legge non trovava applicazione nel caso specifico, in quanto Porto d’Ascoli ancora non era né di borgata, né di frazione. Ancora una volta la richiesta fu bocciata.

Cosa avvenne in seguito?
Dopo questi due tentativi non ce ne furono altri, ma d ‘ora in poi ogni atto ed iniziativa dei maggiorenti e delle forze ‘politiche di S. Benedetto e di Porto d’Ascoli saranno tesi a creare nel tempo le condizioni ottimali per ritornare alla carica con la certezza di centrare il bersaglio
Nel 1905 la chiesa della SS. Annunziata di Porto d’Ascoli fu elevata a cappellania con giurisdizione religiosa su un territorio pressoché uguale a quello che avrà poi come frazione ed affidata a don Ulderico Camozzi di S. Benedetto.
Nel 1911 con il riconoscimento di Porto d’Ascoli come frazione del comune di Monteprandone con un territorio uguale a quello della cappellania, si crearono i presupposti previsti dalla legge per un futuro distacco.

Che ruolo ebbe il partito fascista ed il parroco di Monteprandone don Giuseppe Caselli?
La nascita del fascismo locale(1920-21) con la costituzione di un agguerrito “Fascio di Combattimento” da parte dei grandi e piccoli proprietari e della emergente classe commerciale ed industriale di Porto d’Ascoli , fu determinante non solo per combattere l’amministrazione comunale socialista del sindaco Sgattoni Nazzareno(1920), ma anche per attaccare continuamente i rappresentanti comunali del capoluogo, accusandoli di assenteismo e disinteresse verso le necessità della frazione.
In questo scontro viene trascinato anche il parroco di Monteprandone don Giuseppe Caselli, difensore degli interessi del capoluogo, ma soprattutto dell’unità religiosa e parrocchiale sull’intero territorio comunale, con attacchi inauditi ed articoli velenosi sul giornale Eja! della Federazione Provinciale del Fascio.
Il 20 settembre del 1922 cade l’amministrazione socialista e viene nominato dal prefetto un commissario nella persona del barone Vincenzo Cornacchia, “entusiasta della vittoria fascista”.
Le elezioni amministrative dell’11 marzo 1923, svoltasi tra minacce ed intimidazioni, segnarono il trionfo dell’unica lista presentata dagli ambienti fascisti di Porto d’Ascoli. La giunta, formata da tre della frazione: (Cassotta Valentino, Olivieri Ercole, Capriotti Natale) e due del capoluogo ( Rossi Raniero e Massi Achille) segnava la supremazia politico.amministrativa della frazione della frazione sul capoluogo. Il 25 marzo si insediò la nuova amministrazione: “La sala del consiglio…presentava un bellissimo colpo d’occhio. Una squadra della milizia militare rendeva gli onori. Tutti i consiglieri fascisti vestivano la camicia nera. Il primo degli eletti Cassotta Valentino, segretario politico del Fascio di Porto d’Ascoli esalta l’attuale cerimonia che è cerimonia di purificazione e di gloria e dopo un monito ai alsi fascisti e a coloro che cercano di ostacolare il passo al Fascismo…furono inviati telegrammi al prefetto, all’on. Benito Mussolini e a S.M. il Re”..

Come fu accolta l’istituzione della parrocchia di Porto d’Ascoli?
Un’altra tappa importante verso.il distacco di Porto d’Ascoli da Monteprandone si ebbe il 5 maggio 1923 con l’ erezione a parrocchia della cappellania della SS. Annunziata e la nomina a parroco di don Ulderico Camozzi, che sancisce l’autonomia religiosa della frazione rispetto alla parrocchia di S. Nicolò di Monteprandone, fino allora unica istituzione parrocchiale sull’intero territorio comunale. Lunga vertenza tra il parroco di Monteprandone don Giuseppe Caselli ed il vescovo diocesano sui confini della nuova parrocchia, che superavano quelli della cappellania, “anche perché – scrive il Caselli – i Monteprandonesi intuivano che dalla divisione della parrocchia unica sarebbe stato facile un giorno addivenire alla separazione di quella zona dal paese”.

E’ vero che anche S. Giacomo fu coinvolto in queste lotte?
Le polemiche tra il capoluogo e la frazione aumentarono in occasione della la celebrazione del II Centenario della Canonizzazione del nostro concittadino S. Giacomo della Marca nell’agosto 1926, quando il comitato promotore dei festeggiamenti decise di portare in pellegrinaggio il busto venerato del Santo nelle chiese del comune e quindi anche nella chiesa dell’Annunziata a Porto d’Ascoli. Un comitato cittadino di Monteprandone si oppose fortemente al trasferimento del busto di S, Giacomo, uomo di pace, nella frazione ribelle, i cui rappresentanti non nascondevano la loro volontà secessionistica In seguito a voci di azioni ed interventi da parte della frazione, a tutela del sacro busto, esposto nella chiesa parrocchiale di S. Nicolò nel capoluogo, fu incaricato il canonico don Domenico Rosati di controllare dalla finestra della sua casa di fronte la chiesa l’ingresso di eventuali persone sospette con l’intento di trafugare la statua del Santo. Infatti durante la calura del primo pomeriggio: un gruppetto di persone giunsero con un automobile nella piazza, si introdussero furtivamente nella chiesa, presero la statua di S. Giacomo, la avvolsero in una coperta, la caricarono nell’automobile. Il rumore del motore però fece svegliare l’incauto canonico Rosati vinto dalla pennichellapomeridiana , che si mise ad urlare a squarciagola. Troppo tardi, perché ormai l’automobile si era velocemente allontanato. Il busto di S. Giacomo raggiunse la chiesa della SS. Annunziata, sorvegliato poi a vista dai notabili della frazione, prima fra tutti dai membri del direttorio del Fascio, a cui furono attribuite l’idea, l’organizzazione e l’esecuzione dell’ardita impresa. Per fortuna le acque si calmarono e la statua del Santo fu riportata dopo qualche giorno a Monteprandone con grande solennità dall’intera popolazione di Porto d’Ascoli e Monteprandone.

Quando S. Benedetto riapre la questione dell’aggregazione di Porto d’Ascoli?
Nel 1934 gli amministratori di S. Benedetto con l’appoggio dei notabili di Porto d’Ascoli , convinti del momento propizio in quanto possono disporre del completo appoggio delle gerarchie fasciste locali e nazionali, riaprono la vertenza dell’aggregazione della frazione di Porto d’Ascoli a S. Benedetto. La vicenda ha inizio in gran segreto, quando il 24 agosto 1934 il podestà di S. Benedetto Francesco Cosignani fece pervenire al prefetto di Ascoli una lettera riservata personale, nella quale metteva in evidenza la necessità per il comune di S. Benedetto dell’ampliamento del territorio e la convenienza per la frazione di Porto d’Ascoli. Il prefetto ricevuta la lettera senza informare e consultare la controparte, cioè il comune di Monteprandone, incarica il Corpo Reale del Genio Civile di tracciare la nuova linea di confine del comune di Monteprandone. Solo l’11 gennaio 1935 Il prefetto convocava le parti interessate, cioè il segretario federale del Fascio, il presidente della provincia, il vice presidente provinciale dell’Economia Corporativa, i capi delle amministrazioni comunali Cameranesi Costantino per Monteprandone e Cosignani Francesco per S. Benedetto, i rispettivi segretari dei Fasci, i segretari comunali, i rappresentanti dell’Unione Provinciale Fascista degli Agricoltori, dell’Unione Provinciale Fascista dei Lavoratori, dell’Agricoltura e dell’Unione Commercianti. Dalla relazione emerge il consenso di tutti i presenti al distacco della frazione di Porto d’Ascoli da Monteprandone e all’aggregazione al comune di S. Benedetto con alcune riserve dal presidente degli agricoltori marchese Laureati e la richiesta del sindaco di Monteprandone Arturo Cameranesi di perdere la minor parte di territorio possibile.
L’11 marzo il prefetto invitava i comuni di S. Benedetto e Monteprandone alla ratifica della proposta da parte dei rispettivi comuni, che fu rispettivamente inviata il il 14 marzo ed il I° aprile 1935
Da sottolineare che la richiesta e la sottoscrizione dell’80% dei cittadini di Porto d’Ascoli che è il primo atto previsto dalla legge per iniziare la pratica di separazione, dopo ripetute sollecitazioni ed intimazioni dei dirigenti fascisti della frazione, ancora l’11 marzo non era stata inviata e giunse praticamente a cose fatte.
Il decreto di separazione e aggregazione contro firmato da Benito Mussolino porta la data del 16 luglio 1935.
Abbondanza di telegrammi di ringraziamento del sindaco di . Benedetto Francesco Cosignani furono inviati alle autorità fasciste di partito, del parlamento e di governo.

I Monteprandonesi non debbono rimproversi nulla: si erano comportati nel migliore dei modi nei riguardi della frazione di Porto d’Ascoli, che all’atto della separazione poteva vantare di avere una condotta medica ed ostetrica, un ufficio distaccato dello stato civile, posto telefonico, ufficio postale e stazione ferroviaria, un nuovo e capace edificio scolastico all’incrocio tra la strada statale Adriatica n. 16 e la Salaria, acqua potabile in abbondanza grazie alla costruzione dell’acquedotto pubblico comunale dell’Ascensione, ione. Fu dato impulso allo sviluppo dell’ortofrutta. Porto d’Ascoli si avviava a diventare una delle capitali d’Italia dell’ortofrutta insieme a Faenza e Cesena. Già nel 1922 la ditta Bollettini per l’acquisto ed il commercio dei prodotti ortofrutticoli primeggiava in campo nazionale e prosperavano importanti aziende commerciali, industriali ed edilizie.
Sembra che la maggioranza dei cittadini di Porto d’Ascoli dopo alcuni mesi si rammaricarono della separazione e sarebbero tornati volentieri indietro. A rendere impraticabile questa possibilità per il futuro ci pensò il sindaco Giorgini, quando nella relazione del censimento generale della popolazione del 1961 si scrisse che “i due centri di S. Benedetto e Porto d’Ascoli formano un’unica frazione geografica con un unico centro denominato S, Benedetto del Tronto, comprendente gli ex centri di S. Benedetto del Tronto e Porto d’Ascoli. Per tali considerazioni è stata soppressa la frazione geografica B Porto d’Ascoli ed il relativo centro di Porto d’Ascoli”. Ciò rese vana l’iniziativa per l’autonomia comunale dei cittadini di Porto d’Ascoli avanzata il 28 marzo 1963.
I Monteprandonesi subirono la prepotenza della mutilazione del territorio, ma non hanno nulla da rivendicare. I Sambenedettesi e i secessionisti di Porto d’Ascoli potevano ottenere quello che rivendicavano nella piena legalità, ma non lo fecero, Ci spiace che la storica Porto d’Ascoli abbia perso per sempre la propria identità giuridica e territoriale.

Grazie. Buon lavoro per le sue ricerche utili per conoscere e apprezzare un territorio sempre più meritevole di essere conosciuto.

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