Amoris Laetitia, Vescovo Carlo Bresciani: “Accompagnare nella fragilità”

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Vescovo Ministri (25)Vescovo Carlo Bresciani

Leggi il primo articolo Discernere nella fragilità

DIOCESIPapa Francesco nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia usa un altro verbo per indicare l’approccio pastorale misericordioso della Chiesa nei confronti delle situazioni matrimoniali segnate da rotture o da fragilità: accompagnare.
Cosa significa accompagnare?
Significa che non basta fermarsi a costatare il dato di fatto di un legame spezzato o che si è iniziato un nuovo rapporto affettivo con un’altra persona e che ciò è contrario al valore dell’indissolubilità del vincolo sacramentale. Questo sarebbe ciò che il papa chiama ‘moralismo’: fermarsi cioè a ripetere la norma morale. Indissolubilità è nel progetto di Dio e, quindi, la Chiesa non può negarla né abolirla.
Occorre affiancare, se lo vogliono, queste coppie, comprendendo le ferite che portano con sé, aiutandole non soltanto a chiedere misericordia, ma anche a dare misericordia a coloro che hanno ferito con la rottura dei legami affettivi (coniuge, figli, genitori, comunità cristiana …). Accompagnare vuole dire ridonare fiducia e speranza, usando la medicina dell’olio che lenisce le ferite e rifuggendo da ogni forma di accusa. È sempre molto difficile discernere e attribuire colpe nelle relazioni in cui sono implicate più persone.
Chi accompagna comprende la sofferenza, spesso nascosta, e le fatiche che gravano sul cuore umano. Non di rado, un silenzio affettuoso è meglio di tante parole. Ma non c’è un accompagnare se non c’è meta. Ci sono mete ideali, vere ma lontane, e ci sono mete un po’ più limitate, ma nelle possibilità reali del momento. C’è la meta dell’ideale di matrimonio perfetto, e c’è la meta di una rappacificazione con ciò che è irrimediabilmente infranto e non può più essere ricostruito; c’è la meta di una piena riammissione ai sacramenti e c’è la meta di un recupero della vita di fede e di una comprensione più profonda della Parola di Dio sul matrimonio e la famiglia.
Pretendere tutto e subito, sia da parte dell’accompagnatore, sia da parte dell’accompagnato è irrealistico e non terrebbe conto delle persone concrete: porterebbe a frustrazioni demotivanti, a scoraggiamenti o a non capire affatto, e quindi rifiutare, la proposta di Dio per il bene dell’uomo e della donna. Pretendere tutto e subito è sempre un errore. Il tutto e subito, senza un accompagnamento nella vita di fede, resterebbe segnato da una falsità nei confronti della stessa vita. Non basta coprire la ferita con una bella fasciatura che nasconde tutto, perché questa guarisca, occorre anche applicare la medicina adatta.
Il vero accompagnatore è colui che, con benevolenza e sincero affetto per le persone, non si lascia mancare, se necessario, una parola di verità che illumina la strada da percorrere, ma nello stesso tempo offre la spalla perché la fatica del cammino possa trovare qualche ristoro. “Venite a me voi tutti affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11, 28).
Si accompagna non accusando degli eventuali errori del passato, ma facendosi carico in verità del punto di partenza, non necessariamente positivo, e individuando insieme una strada che realisticamente si può percorrere per arrivare a mete che migliorino la situazione, anche se non ancora risolutive di tutto. Se si è in cammino verso una meta, bisogna accettare che non si è ancora alla meta e, quindi, che la situazione, pur migliorando, è ancora segnata da limiti, che però non devono impedire di valutare e valorizzare il positivo che pure c’è.
La Chiesa non vuole condannare nessuno, vuole il bene e la salvezza di tutti. Vuole solo, con la luce della Parola di Dio, accompagnare, solo che lo si voglia, attraverso un cammino che è segnato anche da imperfezioni e fratture, verso una piena comunione tra uomo e donna in conformità al progetto di Dio su di essi.
In questo accompagnamento non può mancare l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera in famiglia, la partecipazione alla vita della comunità cristiana e il dialogo fraterno.