Hazizie, Mustafà, Ezra… e altre 58mila persone bloccate in Grecia da accordo Ue-Turchiala

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RifugiatiPatrizia Caiffa

(da Atene) 13 ore di cammino affondando le gambe fino alle ginocchia tra la neve e il ghiaccio, di notte, al confine tra l’Iran e la Turchia. Una giovane madre sola, con un bimbo di nemmeno 4 anni a cui racconta che sì, quello che stanno vivendo è duro e spaventoso, ma deve continuare a credere che “è tutto una magia”. 1500 dollari ai trafficanti, poi altri 1.000 per la traversata in mare dalla Turchia alla Grecia, pensando che quella sarebbe stata l’ultima notte della sua vita. E invece no, appena toccata la terra greca come oggi tocca il suo cuore con commozione, Hazizie, 28 anni, afgana, fuggita da problemi familiari seri di cui non vuole parlare, ha capito che poteva ricominciare a sperare oltre l’insperabile, a sognare mille progetti per il futuro di suo figlio e per lei, tra cui quello di raggiungere – chissà quando – il fratello in Svizzera. Mustafà, 30 anni, insegnante siriano, mostra invece sul telefonino una foto inviata giorni fa da un amico: è casa sua distrutta dalle bombe, la buona sorte nella sventura gli ha concesso di fuggire con la moglie incinta di nove mesi. In quel mare minaccioso tra la Turchia e l’isola di Lesbo la guardava da lontano. Lei era seduta nella parte opposta del gommone, nel punto più pericoloso, nonostante il pancione.
La incoraggiava pur sapendo che stava mentendo, non ci credeva nemmeno lui che si sarebbero salvati. Lei oggi ammette, sorridendo: “ero sicura che sarei morta”. Lui non perdeva neanche un istante del suo viso perché pensava che non l’avrebbe più vista. Soprattutto quando i trafficanti li hanno costretti a gettarsi tutti in acqua appena avvistata la riva, nonostante onde altissime e minacciose. Invece il destino è stato benevolo con loro ed Ezra è nata da pochi mesi, nel centro di accoglienza, ed è tra le sue braccia. La mamma ha il volto segnato da occhiaie profonde, nere come il velo che avvolge il suo viso. Sono  centinaia se non migliaia le storie così, di madri sole con figli, donne incinte e decine di bimbi nati in Grecia, famiglie giovanissime, persone con problemi di salute, tutte situazioni di particolare vulnerabilità che la Chiesa cattolica, tramite la rete Caritas e altre associazioni, grazie all’otto per mille Cei e ai gemellaggi tra diocesi, sta accogliendo ad Atene nei suoi centri per i profughi, dopo che la Grecia ne ha visti passare nel 2015 circa un milione.

In questa terra già segnata da una pesante crisi economica, dopo l’accordo Ue-Turchia in vigore da marzo e la chiusura delle frontiere di Fyrom-Macedonia, Serbia e Croazia, sono bloccate oggi circa 58 mila persone, in maggioranza da Siria, Afghanistan, Iraq, che volevano transitare verso il nord Europa e invece si ritrovano costrette a restare a lungo in una sorta di limbo.

Persone che hanno avuto la fortuna di riuscire ad arrivare in Europa e non morire in mare o durante il viaggio, ma la sfortuna di non poter ripartire.

“Hotel Christiana” di Caritas Hellas. Quelli accolti nei centri cattolici, di ogni religione e provenienza, ricevono almeno una accoglienza dignitosa, di qualità. La maggior parte sono invece nei campi organizzati sparsi in tutta la Grecia dopo lo sgombero di Idomeni, altri dormono in strutture occupate, in campi improvvisati, in strada. Tre le possibilità che gli vengono prospettate: fare richiesta d’asilo in Grecia anche se i tempi d’attesa sono lunghissimi (uno o due anni); tentare la “relocation” in altri Paesi europei, ma i numeri finora sono ridicoli; o il ricongiungimento familiare con un parente in un altro Stato europeo. “Ad oggi 15mila profughi hanno fatto domanda d’asilo in Grecia”, spiega Zacinthe Delernias, coordinatore di Caritas Hellas (Grecia) dell’Hotel Christiana, la struttura presa in affitto con il sostegno di Caritas Svizzera e Crs (la Caritas Usa). Da novembre 2015 ad oggi ha messo a disposizione 52mila pernottamenti, offrendo una colazione, un pasto caldo al giorno, assistenza sociale e legale ed attività di animazione. Tanti i volontari greci, con uno staff di una dozzina di persone e un costo mensile di 60mila euro, escluso il cibo. Al momento sono ospitate 25/30 famiglie, una novantina di persone, la metà sono bambini. “Oggi abbiamo avuto un nuovo arrivo – racconta l’assistente socialeZenia Zeteba -, una famiglia che viveva per strada. Sono tutte storie drammatiche. Le belle notizie sono quando riusciamo a farle partire”. Caritas Atene ha invece attivo un centro diurno e un social service center per i profughi.

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Neos Kosmos Social house: 210mila euro dall’otto per mille.  Ieri pomeriggio ad Atene è avvenuto anche il taglio del nastro dei nuovi locali appena ristrutturati della Social house nel quartiere Neos Kosmos, grazie a 210mila euro donati dall’otto per mille tramite Caritas italiana. La struttura, di proprietà della nunziatura apostolica in Grecia, è stata destinata all’associazione “Arca del Mediterraneo” e all’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII per l’assistenza dei profughi e delle famiglie greche povere. Presenti il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana e il nunzio Edward Joseph Adams.

Dal 2014 fa accoglienza, tramite i gemellaggi solidali tra Chiesa italiana e Chiesa cattolica greca. Ora ci sarà anche un centro per giovani, un consultorio familiare, una casa famiglia.

Al momento vi sono 60 richiedenti asilo, in maggioranza famiglie siriane, tantissimi bambini.Tutti giovanissimi, tutti vorrebbero andare in Germania. Per ora sono costretti a restare qui a tempo indeterminato. Nel frattempo gli operatori e i volontari – molti italiani, tra cui una famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII con due figli naturali, due adottivi e un quinto in arrivo – organizzano per loro corsi di lingua, di cucina, attività artistiche e manuali.

Quei piccoli oggetti con sé, e nient’altro. Oltre ai toccanti disegni dei bambini che raffigurano la traversata in mare o la guerra, i profughi hanno descritto in poche righe quei pochi oggetti preziosi, simbolici, che hanno portato con sé insieme ai documenti, i soldi e il telefonino. Incensi, profumi, orologi donati dai genitori rimasti in patria o morti, fedi matrimoniali, lettere di fidanzati, ciocche di capelli della figlia appena nata, diari segreti. Un racconto tra tanti, li racchiude tutti: “Ho perso il mio bagaglio in mare, mentre cercavamo di raggiungere un’isola della Grecia. Eravamo troppi in barca, il mare era mosso e la mia valigia è caduta. Sono arrivato senza avere nulla, io e mia moglie che aspettava un bambino”. Mohammed, Siria, 20 anni. La moglie, più giovane di lui, ora allatta il neonato. Sorridono con una sorta di incoscienza gioiosa, incomprensibile a chi si chiede come abbiano potuto trovare la forza di sopportare tutto ciò. Nei loro occhi sembra non esserci più passato, solo il futuro e la fiducia.

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