Maternità difficili: Comunità Papa Giovanni XXIII, “risolvere il dramma dell’aborto si può”

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MaternitàDi Gigliola Alfaro

“Così aiutiamo i bambini a nascere (e le loro mamme)”. Oggi, a Bologna, è stato presentato il report annuale sugli interventi della Comunità Papa Giovanni XXIII a favore delle maternità difficili, con dati nazionali e un focus sull’Emilia Romagna. “In Italia nonostante i ripetuti allarmi sul pericolo denatalità e le sue gravi conseguenze economiche e sociali, continua il crollo delle nascite: solo 488mila nel 2015 secondo l’ultimo rapporto Istat. Nel 2015 gli aborti a norma di legge sono stati, secondo i dati ufficiali, 97mila”, denuncia la Papa Giovanni XXIII. Sempre venerdì 8 luglio l’Eurostat ha reso noto che nel 2015 il nostro è stato il Paese con il tasso di natalità più basso (8 per mille)
tra quelli dell’Ue.“Risolvere il dramma dell’aborto si può. Innanzitutto, con un supporto alle maternità difficili, attraverso l’incontro, il sostegno, l’affiancamento amicale, che può diventare familiare nel momento dell’accoglienza nelle nostre famiglie. In questo modo si risolvono i due terzi delle situazioni di chi ha pensato di abortire. Resta, però, un problema di fondo nella discriminazione tra tutela della vita prima e dopo la nascita e nella considerazione tra la donna incinta e quella che non lo è. Chiediamo alle istituzioni e alla società di prendere coscienza che la gravidanza è un momento di fragilità: la maternità non deve essere un lusso o la semplice realizzazione di un desiderio, ma una possibilità che non faccia perdere il lavoro, come accade ancora oggi”, dichiara Enrico Masini, responsabile generale del servizio Famiglia e Vita della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Maternità difficili. “Nel 2015 – rivela il rapporto – la Comunità Papa Giovanni XXIII ha preso in carico in tutta Italia per una maternità difficile 499 donne. Di queste 319 (64%) erano incinte, le altre avevano figli piccoli fino a tre anni e per lo per lo più si trovavano in situazioni di grave difficoltà economica”. Sul totale delle donne seguite, “nel 47% dei casi si è trattato di donne italiane, nel 53% dei casi straniere (di queste il 52% proviene da paesi africani, con una netta prevalenza delle nigeriane, e il 35% dall’Europa dell’Est)”.“I nostri dati – sottolinea Masini – evidenziano un aumento da parte delle italiane. Siamo quasi alla pari tra italiane e straniere, mentre in passato prevalevano le seconde. Perciò, chiediamo alle istituzioni politiche di sostegno nel periodo della gravidanza. C’è una tutela per chi ha un posto fisso, ma quante sono le donne in età fertile che hanno un lavoro fisso? Sono ridotte al lumicino. Le altre, che hanno un lavoro precario, o le donne sole, che hanno concepito un bambino al di fuori di un rapporto stabile, come possono farcela?

Diventa una condanna quasi alla povertà la scelta di accogliere un figlio”.

Donne in dubbio. Tra le gestanti incontrate, il 55% erano incerte se abortire o meno. “Di alcune (48) – precisa il report – non sappiamo cosa abbiano deciso alla fine. Delle altre sappiamo che il 62% ha scelto di continuare la gravidanza, mentre il 26% ha abortito”. Dunque, “in 2 casi su 3 l’incontro, la condivisione, l’offerta di aiuto hanno dato alle gestanti la forza per credere che era possibile accogliere quella piccola vita dentro di loro nonostante le difficoltà di una società assolutamente inospitale per mamme e bambini”. Per le gestanti a rischio di aborto, “nel 56% dei casi la difficoltà principale segnalata rientra nell’ambito del disagio economico/sociale, mentre nel 30% dei casi sono le relazioni familiari conflittuali a costituire il problema maggiore (normalmente questo significa un atteggiamento negativo di partner e/o famiglie d’origine verso la gravidanza)”. Quest’ultimo dato è “leggermente in crescita rispetto al 2014 (+5%)”. Non solo: “Continua a essere frequente l’adozione di forme di pressione sulle donne per spingerle verso l’aborto: sono state rilevate nel 34% delle mamme indecise (il 37% nel 2014). In un caso su 3 c’è qualcuno che spinge esplicitamente la donna verso l’aborto. Nell’80% dei casi le pressioni provengono dall’ambiente familiare, innanzitutto dal partner, ma anche dalla famiglia d’origine”. “In questi casi – afferma Masini – non solo c’è una grandissima solitudine, ma anche pressioni psicologiche e violente per imporre l’aborto. Sarebbe, perciò, auspicabile ripristinare il reato di istigazione all’aborto, che un tempo era previsto nel codice penale, per lasciare alle donne la libertà di scelta”.

Aiuti forniti e accoglienze. Rispetto alle richieste di accoglienza, “su 153 richieste censite, il 41% delle donne sono state accolte internamente all’associazione; il 9% ha preferito non accettare la proposta di accoglienza; del 10% non si conosce l’esito, nell’11% dei casi si è trovata accoglienza in struttura esterna. Il 29% delle donne sono state aiutate in modo diverso dall’accoglienza, non ritenendola più necessaria dopo adeguato supporto”. Numerosi gli aiuti erogati, tra cui “126 sostegni di tipo materiale, 61 sostegni di tipo economico, 63 accoglienze in case dell’associazione, 18 affiancamenti per seppellimento di bimbi abortiti con aborto spontaneo o provocato (tra cui uno di genitori musulmani)”. La presentazione del rapporto è stata anche l’occasione per chiedere ancora una volta “uno stipendio di 800 euro al mese alle mamme nei primi tre anni di vita dei bambini.

Non un’elemosina – sostiene Masini -, ma il riconoscimento che queste donne stanno facendo qualcosa di buono per la società occidentale e per l’Italia, in particolare, che sta affrontando l’inverno demografico”.

Focus sull’Emilia Romagna. “Nel 2014 – ricorda il rapporto – la Comunità Papa Giovanni XXIII in Emilia-Romagna ha seguito 189 donne, di cui 127 gestanti”. In questa regione “si è registrato un significativo aumento delle donne incontrate (+ 17% rispetto al 2014)”. Il 57% delle mamme incontrate sono straniere.

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