“Diversi da chi?”

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bullismoDi M. M. Nicolais

“Nei limiti delle sue possibilità raggiunge il massimo”. Così il preside del suo liceo definisce Samuele, 19 anni, fresco di maturità a Gela, in provincia di Caltanissetta. Un alunno come tanti, se non fosse che a due anni gli è stato diagnosticato l’autismo. Non potrebbe essere più calzante, la definizione del preside, sintesi emblematica di una vittoria: perché è l’emblema di uno “sguardo”, quello sguardo speciale con cui si devono guardare alunni speciali. Ognuno diverso dall’altro. E proprio questi alunni “speciali” sono stati al centro del seminario organizzato a Roma dal Servizio Cei per l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) e dal settore della Catechesi delle persone disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (Ucn) sul tema: “Chi disturba chi? Strategie didattiche ed educative per migliorare la partecipazione alla vita scolastica”. L’obiettivo: condividere “buone pratiche” in atto nella scuola e formare gli insegnanti ad una “didattica inclusiva”: non solo per i disturbi dello spettro autistico, ma anche per la dislessia – la patologia più diffusa nelle classi – e l’Adhd.

L’iniziativa, ha spiegato don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale per l’Irc, si propone di “sensibilizzare gli insegnanti a riconoscere alcuni sintomi comportamentali” degli alunni in difficoltà per poi sviluppare, attraverso la “creatività didattica”, percorsi personalizzati che ne facilitino l’apprendimento e la partecipazione. Al centro dei lavori, ha spiegato suorVeronica Amata Donatello, responsabile del settore della Catechesi delle persone disabili dell’Ucn,

l’idea di una “didattica inclusiva”, che si preoccupi non soltanto degli studenti con disabilità grave, ma anche di quelli “border line”,

come gli alunni che soffrono di Adhd (acronimo per l’inglese Attention Deficit Hyperactivity Disorder, deficit dell’attenzione e disturbo di iperattività), di dislessia o che rientrano in quella vasta, complessa e diversificata gamma di patologie raggruppate sotto il nome di “spettro autistico”.

“Il momento in cui il bambino inizia la scuola elementare è generalmente quello in cui si manifesta in modo evidente la sua difficoltà ad accettare regole e limiti”. A farlo notare è stata Franca Feliziani Kannheiser, docente di psicologia dello sviluppo e di psicologia della religione.

Iperattività, impulsività, difficoltà a prestare attenzione, difficoltà di apprendimento, i sintomi con cui gli insegnanti in classe sono sempre più chiamati a fare i conti, all’interno di una normativa scolastica che, in questi anni, ha manifestato grande attenzione alle diverse problematiche del disagio.

“La scuola ha un ruolo estremamente importante nella tempestiva individuazione e segnalazione dei problemi emotivi e cognitivi legati alla sindrome della Adhd”, la tesi dell’esperta: di qui la necessità di “sensibilizzare gli insegnanti a riconoscere alcuni sintomi comportamentali”, ma anche a “individuare le implicazioni emotive e relazionali dei disturbi cognitivi e di apprendimento che spesso accompagnano i bambini con questa diagnosi”. “I bambini iperattivi sono in realtà dei bambini emotivamente fragili, che si sentono soli e inadeguati ad affrontare la tempesta emotiva che vivono in prima persona”: a scuola, “le difficoltà del bambino sono causa di uno scarso rendimento scolastico ma ciò in cui soffre di più è la difficoltà ad instaurare relazioni positive sia con gli adulti che con i coetanei”.

“L’autismo è come un puzzle poggiato su un tavolo: abbiamo i pezzi, ma non riusciamo a formare la figura completa”.

Ha usato questa metafora Maria Grazia Fiore, docente ed esperta in processi formativi e didattica inclusiva, per parlare dei disturbi dello spettro autistico come “condizione di origine neurobiologica che si manifesta fin da bambini e che determina un diverso funzionamento del sistema nervoso”. L’autismo è “un deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale” che sollecita gli insegnanti ad essere “partner comunicativi” di questi alunni speciali, imparando a riconoscere prima di tutto il loro bisogno di comunicare, perché “nessuno è una lista di sintomi”. “Non c’è nessun essere al mondo che non produca significati”, ha ammonito la relatrice: nell’alunno autistico, “il problema è la condivisione di questi significati”. No, allora, alla scuola come “presenza efficientistica”, ma neanche come “organizzazione rigida”: la didattica va modulata sullo “sguardo” di questi alunni, che devono essere a loro volta “guardati” da insegnanti consapevoli che

“non c’è una regola valida per tutti: bisogna sapere dove guardare”.

La dislessia è il disturbo dell’apprendimento con la più alta incidenza nella popolazione scolastica.  Il 14,6% degli allievi della scuola elementare e il 18,1% degli allievi della scuola media presentano “difficoltà nella lettura di testi relativamente brevi e di contenuto accessibile”, il dato di partenza del confronto tra gli insegnanti di religione. Tra le proposte, una sorta di “decalogo” per rendere più accessibile la lettura dei libri di testo e venire così incontro agli alunni in difficoltà in questo ambito, magari realizzando apposite versioni “modificate” e facilitate da porre accanto all’edizione ufficialmente adottata: “Mantieni corte le frasi; preferisci il semplice al complesso; preferisci le parole familiari, più conosciute; evita le parole inutili; metti l’azione nei verbi; scrivi come parli; usa i termini che il lettore può descrivere: collegati alle esperienze del lettore; fai uso abbondante di varietà; scrivi per esprimere, non per impressionare”. Preziosi consigli, questi, anche per chi il comunicatore lo fa di mestiere: “diversi da chi?”.

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