Una rete di sicurezza da 150 miliardi di euro per il sistema bancario italiano

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

BancaDi Nicola Salvagnin

Il latinorum dei tempi moderni è l’inglese. Tanti acronimi pieni di significato, che soprattutto ingentiliscono e ammodernano vecchi concetti: quanto guadagna un’azienda, quanti debiti ha sulle spalle, quanti crediti non riuscirà mai a riscuotere.
Ecco: questi ultimi sono la zavorra che rischia di affondare il sistema bancario italiano, e non solo. Ed è incredibile che tutti sappiano quale montagna di crediti inesigibili soffochi gli istituti italiani, ma nessuno sappia quantificare la cifra esatta: sta “intorno” ai 200 miliardi di euro. Per un motivo semplice: quanti di questi soldi quasi sfumati via sono stati “coperti” dalle banche, e quanti sono invece ancora nascosti tra le pieghe dei bilanci sotto questa o quella voce? Quanta pulizia è stata fatta di mutui, prestiti, fidi e quant’altro che nessuno mai restituirà; e quanta rimane veramente da fare?
Torneremo su questa zavorra figlia di questi anni di crisi economica, che il sistema-Italia ha nascosto sotto il tappeto dei bilanci bancari. Al sistema politico e istituzionale è andata strabene così (qui la crisi poteva colpire molto più duramente, se…); a quello bancario pure perché l’operazione-tappeto poteva poi essere risolta con una provvidenziale scopa statale, com’è accaduto in giro per il mondo:

ci hanno pensato i soldi dei contribuenti a sistemare i buchi in Germania, Gran Bretagna, Olanda, Usa, Islanda, Irlanda, Portogallo, Spagna…

Ecco: qui no. Siamo stati bravi? Medaglia al merito, solo che adesso il tappeto sta esplodendo da quanta sporcizia è stata nascosta sotto. E, con il tappeto, le banche.
Il sistema bancario è interconnesso, in Italia e con il mondo. In più, alla vigilanza (non strettissima, va detto) della Banca d’Italia s’è aggiunta quella molto più stringente delle istituzioni che governano l’euro, dalla Bce in giù. L’Europa ci ha imposto cure da cavallo. Ha preteso patrimonializzazioni delle banche ben superiori a quelle esistenti, molti azionisti hanno dovuto mettere la mano nel portafoglio, molti costi sono stati tagliati, molto credito è stato negato se non arci-sicuro. L’intero sistema-Italia ha pagato questo conto, perché se il sistema circolatorio finanziario fa un ictus, è tutta l’economia che si paralizza.
Quindi alcune banche si sono ricapitalizzate (e gli azionisti non hanno certo fatto salti di gioia), altre si sono unite per rafforzarsi (vedi matrimonio Popolare di Milano-Banco Popolare), altre ancora sono letteralmente saltate per aria – da Banca Etruria in giù –; altre infine hanno svelato il museo degli orrori che le teneva in piedi: Popolare di Vicenza e Veneto Banca in primis. Una moral suasion fortissima, quella europea, che non molla la presa un attimo.
E dove non sono intervenuti gli investitori, ci ha pensato lo Stato attraverso quelle realtà economiche che ha messo in piedi per poter agire nell’economia senza incorrere nelle ire comunitarie causa i negletti “aiuti di Stato”, formalmente proibitissimi. Ha coinvolto altre realtà finanziarie italiane in un’operazione di soccorso (Fondo Atlante) che ha salvato Vicenza e Veneto Banca dal tracollo. Ha iniettato alcuni miliardi di euro nel loro capitale sociale, diventando padrone di due istituti di medio livello. Poi si vedrà che fare.
Ma i soldi sono già finiti (la dotazione di 6 miliardi non era stratosferica), si pensava di non doverli usare tutti così. Perché all’orizzonte c’è molto di peggio da affrontare. E qui torniamo ai non performing loans, a quell’inglese che significa: crediti molto dubbi.
Da tempo, i mercati finanziari e le strutture di controllo premono affinché le banche facciano radicale pulizia dentro i loro bilanci. Diciamo che c’è una certa sordità ad ascoltare questi moniti, per due ragioni. La prima: recuperare 10 miliardi di euro è impresa complessa, titanica, dubbia e con tempi necessariamente lunghi. Le società specializzate nel recupero di enormi somme in bilico, le acquistano ad un decimo del loro valore in bilancio. Cento milioni o poco più per accaparrarsi un miliardo di sofferenze.
Le banche, però, così vedono sparire dai bilanci 900 milioni in un amen. Chi copre il buco? Gli azionisti che già stanno perdendo soldi a rotta di collo? Il “mercato” che dalle banche italiane si tiene alla larga? Lo Stato? Mettiamo intanto tutto sotto il tappeto dei bilanci.
A togliere la sicura alla bomba è stata, ancora una volta, l’Europa dell’euro. Si vorrebbe creare un fondo di salvaguardia di tutte le euro-banche, sulla falsariga di quell’interbancario che in Italia garantisce i nostri conti correnti fino a 100mila euro. Buona idea che metterebbe in sicurezza l’intero settore.

Ma per farlo, occorre che ci siano regole condivise e situazioni omogenee. Qui torna in ballo nuovamente l’Italia.
C’è un blocco – Germania, Olanda, Finlandia – che è molto forte dentro l’euro e l’Europa comunitaria, e che vorrebbe imporre una regola devastante per il sistema bancario italiano. Le banche non possono detenere, o solo fino ad un certo limite, titoli di debito pubblico (insomma i Btp) nel capitale. Il principio è condivisibile: i Btp non sono soldi, ma appunto debito pubblico acquistato. Se lo Stato va in default?
Però, in linea pratica, i Btp sono manna per le banche italiane (e le banche per lo Stato): denaro investito in sicurezza che oltretutto finora ha reso bene e fa guadagnare con le cedole e le compravendite. Insomma, puro ossigeno che ci vogliono togliere. Non è un caso che le principali banche italiane abbiano cominciato ad aprire uffici nei palazzi che contano nell’Unione per fare una forte operazione di lobby a favore dei loro interessi.
Già: ma quali sono i loro interessi? La nostra banca più grande, Unicredit, è “nostra”? Dentro ci sono capitali arabi, tedeschi, italiani, ecc… Una banca che ci ha messo molte settimane per cambiare il proprio capo (ora francese); figuriamoci avere una linea chiara e condivisa.
Quindi da molti mesi le nostre banche sopportano stress test uno dietro l’altro (insomma, si valuta la capacità di stare in piedi con i propri mezzi). Le mele marce sono già cadute; altre banche si sono messe in condizioni di sicurezza. Il sistema è veramente stanco e ci sono due situazioni che gravano su tutto: appunto Unicredit, che ha un azionariato frastagliato, frastornato, pochissimo voglioso di aggiungere tantissimi nuovi soldi per fronteggiare i problemi di bilancio. E la vecchia, cara, Montepaschi di Siena. Che ha già assorbito un aumento di capitale mostruoso (3 miliardi, ora dentro c’è pure lo Stato italiano), che è finalmente gestita bene dopo anni di cattivo funzionamento. Ma che potrebbe avere ancora bisogno di soldi, tanti soldi.
Chi glieli darà, tenuto conto che il mercato non sembra minimamente interessato a farlo?
Ecco che

l’Europa ha finalmente aperto una porta all’Italia, grazie alle feroci insistenze governative e ad una Brexit che sta mettendo in discussione parecchi totem. Ha steso una rete di sicurezza da 150 miliardi di euro per difendere la liquidità degli istituti di credito italiani “solvibili”, secondo uno schema predisposto appunto dal governo.

Diciamo una precauzione, che solo nell’ammontare fa capire quanto sia potenzialmente grande il problema. Se le “solvibili” oggi dovessero chiedere in giro quei 40 miliardi di euro di cui si calcola siano rapidamente bisognose per tirare avanti, chi glieli darebbe?
La risposta fino a ieri era: nemmeno lo Stato italiano, che 40 miliardi non saprebbe proprio dove trovarli e che poi dovrebbe spiegare ai cittadini-contribuenti-elettori il perché e il percome di un simile salasso. Da oggi, la garanzia europea darà questa possibilità e soprattutto calmerà i mercati finanziari, in drammatica fuga da buona parte dei nostri titoli bancari. A che prezzo? È veramente il caso di dire che chi sopravvivrà, vedrà. Ma il tappeto scoppia e urgono decisioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *