Papa: “Misericordia è stile di vita. No a letargo spirituale che rende insensibile l’anima”

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udienza papaZenit di Salvatore Cernuzio

“Una cosa è parlare di misericordia, un’altra è vivere la misericordia”. C’è infatti chi sceglie di “vivere come misericordioso” e chi “di vivere come non misericordioso”, disinteressandosi cioè dei bisogni e delle necessità di quanti “sono nel disagio spirituale e materiale”.

È uno “stile di vita” quello che indica Papa Francesco nella sua catechesi durante l’Udienza giubilare, l’ultima prima del riposo estivo di luglio, in cui affronta il tema delle opere di misericordia. “Quante volte, durante questi primi mesi del Giubileo abbiamo sentito parlare delle opere di misericordia!” esclama il Pontefice, avvertendo che “oggi il Signore ci invita a fare un serio esame di coscienza”.

È bene, infatti, non dimenticare mai “che la misericordia non è una parola astratta, ma è uno stile di vita: una persona può essere misericordiosa o può essere non misericordiosa…”. Parafrasando le parole di san Giacomo apostolo si può dire che “la misericordia senza le opere è morta in sé stessa”. “È proprio così!” sottolinea Bergoglio, “ciò che rende viva la misericordia è il suo costante dinamismo” per andare incontro a chi è nel bisogno.

“La misericordia ha occhi per vedere, orecchi per ascoltare, mani per risollevare” e “la vita quotidiana ci permette di toccare con mano tante esigenze che riguardano le persone più povere e più provate”, evidenzia Francesco. “A noi – ribadisce – viene richiesta quell’attenzione particolare che ci porta ad accorgerci dello stato di sofferenza e bisogno in cui versano tanti fratelli e sorelle”.

A volte, infatti, “passiamo davanti a situazioni di drammatica povertà e sembra che non ci tocchino; tutto continua come se nulla fosse, in una indifferenza che alla fine rende ipocriti e, senza che ce ne rendiamo conto, sfocia in una forma di letargo spirituale che rende insensibile l’animo e sterile la vita”, osserva il Papa.

“La gente che passa – aggiunge a braccio – che va nella vita senza accorgersi delle necessità degli altri, senza vedere tanti bisogni spirituali e materiali, è gente che passa senza vivere, è gente che non serve agli altri. Ricordatevi bene, eh? Chi non vive per servire, non serve per vivere”.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che sono tanti “i volti” di coloro che “si rivolgono a noi per ottenere misericordia”: “Chi ha sperimentato nella propria vita la misericordia del Padre non può rimanere insensibile dinanzi alle necessità dei fratelli” ammonisce Papa Francesco, che ricorda quell’insegnamento di Gesù che “non consente vie di fuga”: Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero nudo, profugo, malato, in carcere e mi avete assistito.

“Non si può tergiversare davanti a una persona che ha fame: occorre darle da mangiare”, sollecita il Pontefice. È Gesù stesso a dirci questo: “Le opere di misericordia non sono temi teorici, ma sono testimonianze concrete. Obbligano a rimboccarsi le maniche per alleviare la sofferenza”. Anche perché “a causa dei mutamenti del nostro mondo globalizzato, alcune povertà materiali e spirituali si sono moltiplicate”.

Allora “diamo quindi spazio alla fantasia della carità per individuare nuove modalità operative. In questo modo – assicura il Papa – la via della misericordia diventerà sempre più concreta”.  Compito di tutti i cristiani è dunque “di rimanere vigili come sentinelle, perché non accada che, davanti alle povertà prodotte dalla cultura del benessere, lo sguardo si indebolisca e diventi incapace di mirare all’essenziale”.

“Mirare all’essenziale”, aggiunge il Papa a braccio. Cosa significa? Significa “mirare Gesù, guardare Gesù nell’affamato, nel carcerato, nel malato, nel nudo, in quello che non ha lavoro e deve portare avanti una famiglia”. Guardare Gesù “in questi fratelli e sorelle nostre”: “In quello che è solo, triste, in quello che sbaglia ed ha bisogno di consiglio, in quello che ha bisogno di fare strada con Lui in silenzio perché si senta in compagnia”.

“Queste sono le opere che Gesù chiede a noi: guardare Gesù in loro, in questa gente”. Perché? “Perché – conclude Francesco – Gesù a me, a tutti noi, guarda così”.

Salutando i pellegrini di lingua italiana presenti in piazza San Pietro al termine della sua catechesi, il Papa si è rivolto in particolare all’Associazione dei Consulenti del Lavoro, che ieri hanno iniziato il loro VII Festival del lavoro. A loro un incoraggiamento “a promuovere la cultura del lavoro che assicura la dignità della persona e il bene comune della società, a partire dalla sua cellula, la famiglia”.

“È proprio la famiglia, infatti – ha rimarcato Bergoglio – a soffrire di più per le conseguenze di un cattivo lavoro: cattivo per la sua scarsità e per la sua precarietà. Voi, consulenti del lavoro, non avete un compito assistenziale, ma promozionale, affinché in ambito nazionale ed europeo le istituzioni e gli attori economici perseguano in modo concertato l’obiettivo della piena e dignitosa occupazione, perché il lavoro dà dignità”. 

Il Pontefice ha poi ricordato la ricorrenza odierna della memoria dei primi martiri della Chiesa di Roma: “Preghiamo per quanti tuttora pagano a caro prezzo la loro appartenenza alla Chiesa di Cristo”. Infine parole di conforto anche ai giovani affinché “la fede abbia spazio e dia senso alla vostra vita”; agli ammalati perché offrano la loro sofferenza “perché i lontani incontrino l’amore di Cristo” e agli sposi novelli: “Siate educatori di vita e modelli di fede per i vostri figli”.

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