Colombia, pace tra Farc e governo

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FARCBruno Desidera

La conclusione di una guerra non significa che ci sia già la pace. Ma per un Paese in conflitto da cinquant’anni il fatto che le armi cessino di sparare è già un grande traguardo. Giustamente la Colombia fa festa per il cessate-il-fuoco, bilaterale e definitivo, siglato giovedì 23 giugno a L’Avana, sede delle trattative tra il Governo presieduto dal presidente Juan Manuel Santos e le Farc, di gran lunga la maggiore tra le formazioni della guerriglia.
La trattativa prosegue da quasi quattro anni. Ma ora manca davvero poco per tagliare il traguardo e, cioè, arrivare alla firma finale del trattato di pace. Sono state ipotizzate due date – il 20 luglio e il 7 agosto – corrispondenti alle due feste nazionali colombiane, si sta ragionando sulle modalità – forse la firma avverrà in due distinti momenti a L’Avana e a Bogotá -, si lavora agli ultimi aspetti ancora da definire: in particolare la modalità di consegna e distruzione delle armi da parte dei guerriglieri (che denunciano la presenza ancora attiva di gruppi paramilitari) e l’accettazione piena da parte delle Farc del plebiscito popolare (e non l’elezione di un’assemblea costituente) per sancire la fine del conflitto.

Passo irreversibile, ma il cammino nella società inizia ora. Appare ottimista lo storico Gianni La Bella, che per conto della Comunità di Sant’Egidio sta seguendo da vicino la delicata trattativa: “L’accordo della scorsa settimana è davvero importante,

un passo irreversibile.

A dimostrazione di questo, stavolta molti colombiani hanno gioito, sono scesi spontaneamente in piazza”.
In effetti, in questi mesi se da una parte, come riconosce lo stesso La Bella, la trattativa ha goduto dell’appoggio corale dell’intera comunità internazionale, dall’altra nella società colombiana non sono mancati diffusi atteggiamenti di incredulità, scetticismo, incertezza, se non addirittura contrarietà verso la trattativa, apparsa come un cedimento ai terroristi. Titubanze cavalcate dall’opposizione dell’ex presidente Álvaro Uribe Vélez, che sta raccogliendo firme contro le trattative di pace in tutto il Paese. “Ma ora, anche in relazione al plebiscito, avverto un cambiamento di clima nella società – prosegue La Bella –. Si dirà no alla pace e sì alla guerra? Una posizione di questo tipo mi sembra difficilmente sostenibile anche per lo stesso Uribe”.
Piuttosto, la vera sfida è un’altra:

“Io guardo già oltre la firma del trattato. La stampa enfatizza i momenti formali della trattativa. Ma il vero cammino di pace, quella che si deve costruire insieme, inizia ora”.

Non basta insomma una firma, “servono progetti, risorse economiche. La pace ha bisogno di un’implementazione pratica. Finora ad esempio pochi aiuti sono arrivati dall’Europa e nessuno dall’Italia”. La Bella porta l’esempio di chi esce dalla guerriglia: “Da una parte i membri delle Farc saranno concentrati in una ventina di punti del Paese, per evitare rappresaglie e garantire la loro incolumità. Ma dopo? Ci sono persone che sanno solo fare la guerra, sono nate e vissute nelle foreste, sono lì da 30 o 40 anni…”.

“Così reinseriamo i bambini soldato”. Un’analisi, questa, che trova conferma da parte di chi è impegnato sulla delicata opera di prevenzione e reinserimento. Come padre Rafael Bejarano, salesiano, direttore dellaCiudad Don Bosco di Medellín, struttura che da 50 anni accoglie e dona speranza ai minori in difficoltà e a rischio. Parlando con padre Rafael dei sette progetti di tutela dei minori attivati nella struttura, appare chiaro quanto la violenza sia radicata e ramificata nella società colombiana. In quest’ambito è cresciuto il progetto “CAE Construyendo Sueños”, per il reinserimento dei bambini soldato, i cosiddetti desvinculados. Il progetto viene attuato a Medellín e in una struttura più piccola a Cali. “In 14 anni – spiega padre Rafael – abbiamo accompagnato 2.300 minori scappati dalla guerriglia o catturati dall’esercito. Lavoriamo in stretto raccordo con l’Ente governativo preposto, l’Instituto Colombiano de Bienestar Familiar (Icbf). Attualmente ospitiamo a Medellin circa 70 minori e a Cali circa 40. Il nostro intervento è al tempo stesso psicologico, sociale e pastorale”.

La “ricetta” salesiana prevede momenti comunitari, scuola o formazione professionale (nella Ciudad ci sono 14 indirizzi diversi). Si cerca di recuperare il ritardo scolastico entro il raggiungimento della maggiore età. “Spesso i minori ci arrivano a 13-14 anni e sono ancora analfabeti”, prosegue padre Bejarano. Ancora più delicato l’aspetto del recupero psicologico: “Soprattutto con le ragazze, spesso vittime di violenze ripetute, ci sono capitate minori che a 15 anni avevano già abortito più volte. Nonostante le difficoltà riusciamo a completare il percorso di reinserimento nell’85% dei casi”.

Cammino di riconciliazione. Un’esperienza, quella dei Salesiani, che diventa preziosa nell’imminente fase del post conflitto.

“Si parla di migliaia di minori da reinserire.

Il nostro metodo è valido, però Ciudad Don Bosco può accogliere contemporaneamente non più di 100 minori – prosegue padre Rafael -. Certo, siamo disposti ad aprire altre comunità, ma la momento non si sa nulla sui prossimi passi. Arriveranno finanziamenti per progetti di reinserimento e qui è grande il rischio che finiscano in mani sbagliate, che venga alimentata la corruzione”.
Per il direttore di Ciudad Don Bosco, comunque, quella che sta vivendo la Colombia è un’opportunità storica: “Credo che la società colombiana sia cresciuta. Ma dico sempre che il vero cammino inizia adesso, che le priorità sono l’integrazione e la riconciliazione.

Sapremo vivere insieme?

Cosa accadrà quando gli ex guerriglieri verranno ad abitare nelle città e saranno vicini di casa di chi ha perduto nel conflitto i propri cari? I figli degli uni giocheranno con i figli degli altri? Questo è il cammino che ci attende”.

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