EuropaDi Gianni Borsa

L’Europa non porge l’altra guancia. Accusato il colpo del referendum britannico della scorsa settimana, il Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles il 28 e 29 giugno ha voluto mettere in chiaro che “l’Ue va avanti, con o senza il Regno Unito”. Certo, la “profonda amarezza” per il passo indietro di Londra è diffusa (e scritta nero su bianco nei documenti del vertice), così come le preoccupazioni sono latenti, non fosse altro che per una lucida consapevolezza: se populismo e nazionalismo hanno prevalso nell’isola, si potrebbero imporre anche sul continente. Forse per questa ragione non si delinea alcun trattamento “ammorbidito”. Così la prima giornata del summit accoglie e ascolta il premier dimissionario David Cameron, giunto alla riunione dei capi di Stato e di governo dell’Unione sconfitto dalle sue stesse decisioni. La seconda giornata dei lavori prosegue “a 27”, per preparare l’uscita inglese e abbozzare il futuro a “ranghi ridotti”.

 

Nessuna eccezione. Spetta al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, tracciare un primo bilancio del vertice. “Non ci saranno negoziati” per il Brexit “finché il governo del Regno Unito non notificherà ufficialmente la sua volontà di uscire dall’Unione europea”. I 27 leader “ribadiscono che l’accesso al mercato unico europeo richiede l’accettazione delle quattro libertà fondamentali dell’Unione”, ossia la libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi e che “non vi potranno essere eccezioni”.Tradotto: se Londra pensava di piegare l’Ue ai suoi desiderata e di trattare i lavoratori comunitari come stranieri o cittadini di serie B, con un limitato accesso ai benefici del welfare, ha inteso male.Al governo di Cameron il Consiglio europeo di febbraio “aveva offerto tutto quanto si poteva offrire”: la possibilità di restar fuori da ulteriori integrazioni politiche, mano libera su moneta e mercati finanziari e sull’“Europa sociale”. “Ma i cittadini britannici hanno scelto diversamente” e ora non resta che discutere le modalità dell’addio dalla “casa comune”.

 

Mandato negoziale. Il tutto avverrà “senza fretta”, nel rispetto dei Trattati e “degli interessi reciproci”, ha ribadito cento volte in questi giorni lo stesso Tusk.

“Il Regno Unito rimarrà un partner importante”, un amico e un alleato per l’Ue:

i legami economici, sociali e culturali sono evidenti, i comuni interessi strategici in materia – ad esempio – di sicurezza, frontiere, energia, imprese, ricerca e mercato sono indiscutibili. Quindi si attende che il successore di Cameron giunga a settembre con un mandato negoziale pieno per preparare, nel giro di due o tre anni, il divorzio consensuale.

 

Necessaria una svolta. Poi Tusk cambia tono e riconosce che “questa Europa va riformata”. Se ne è – finalmente – discusso nelle ultime ore del summit, dandosi poi appuntamento a metà settembre a Bratislava, quando la presidenza di turno del Consiglio dei ministri Ue sarà passata dai Paesi Bassi alla Slovacchia (il 1° luglio). Qui entra in gioco il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. L’Esecutivo, infatti, è l’istituzione Ue incaricata, secondo l’articolo 50 del Trattato, di condurre i negoziati con Londra sulla base di un mandato definito da Consiglio e Parlamento europeo. “È chiaro che non ci saranno negoziati segreti o informali – si affretta a dire Juncker –. Non ci sarà neppure un’Europa o un mercato unico à la carte”. La Commissione, “custode dei Trattati”, terrà dunque salda la barra di navigazione.Poi lo stesso Juncker, negoziatore di lungo corso, è costretto a riconoscere che “l’Ue è da riformare. Si tratta però di riforme che attuino l’integrazione comunitaria”, non che procedano in senso inverso.

 

Solidarietà di fatto. Attuare, migliorare, rendere più efficace; non cambiare rotta. “Non ci sarà – spiega sillabando Juncker – una nuova Convenzione europea né i Trattati saranno riscritti”. Il Regno Unito se ne va, dunque; resta il monito, la “scossa benefica” come dice qualcuno a Bruxelles, giunta dal Brexit. Perché al tavolo del summit sono state numerose le voci dei leader Ue – specie dell’est, ma non solo – che hanno invocato cambiamenti. Anche se, a conti fatti, l’aggancio con l’Ue è pur sempre sinonimo di pace, diritti, democrazia. Col mercato unico si possono fare buoni affari e i fondi comunitari fanno gola a tutti.

Così tornano a prevalere il buonsenso e la “solidarietà di fatto”

che, da 70 anni, tiene insieme Stati e popoli tanto diversi e che può dimostrarsi necessaria in tempi di recessione economica, di forti pressioni migratorie e di minacce terroristiche. Il progetto comunitario è pur sempre buono, dicono i leader lasciando Bruxelles: ora va aggiornato ai tempi nuovi e alle sfide che giungono agli Stati membri e all’Ue nel suo insieme da dentro e da fuori i suoi confini.