Spagna, oltre lo “stallo” la necessità di un governo

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

SpagnaDi Gianni Borsa

Le elezioni spagnole di domenica 26 giugno si possono leggere da vari angoli d’osservazione, ponendo così in evidenza elementi diversi. L’affluenza alle urne, attorno al 70%, indica ad esempio un aumento dell’astensione, ma rivela pur sempre che gli iberici sono tra i popoli europei più affezionati alle prove democratiche. I risultati, d’altro canto, rafforzano il quadripartitismo, nato di recente in terra spagnola, con una vivace competizione politica che tende ad ampliare la rappresentanza, forse a scapito della governabilità.

Numeri e seggi. Ci si potrebbe poi concentrare sui risultati dei singoli partiti, ed è necessario farlo per verificare quali siano le alleanze praticabili per la guida del Paese:

il Partito popolare del premier uscente Mariano Rajoy si conferma prima forza del Paese, arriva al 33,0% e conquista 137 seggi, 14 in più rispetto alle elezioni del dicembre 2015;

il Partito socialista di Pedro Sanchez raccoglie il 22,7% dei consensi, si attesta al secondo posto con 85 seggi, perdendone 5; Podemos di Pablo Iglesias, in alleanza con la Izquierda unida, non va oltre il 21,1%, mancando il sorpasso del Psoe e fermandosi a 71 seggi; i Ciudadanos di Albert Rivera calano al 13,1%, con 32 seggi. I rimanenti 25 seggi si sparpagliano tra forze minori, localiste e separatiste.

Oltre lo stallo. Ma occorre anzitutto mettere in luce un dato inequivocabile:

gli spagnoli votano – a destra, al centro e a sinistra – partiti “concreti”,

con leader e militanti che scendono in piazza, che cercano voti “porta a porta”, che raccontano programmi oltre che slogan. Tutto questo non è scontato nell’era di internet. Certo, si potrebbero sollevare tante obiezioni. Prima fra tutte la situazione di “stallo” per la formazione di un Esecutivo, mancato dopo le elezioni di sei mesi fa e ora di difficile realizzazione, non essendoci i numeri per una coalizione di centrodestra come una di centrosinistra: tanto è vero che a poche ore dal voto prende quota l’ipotesi di una “grossa coalizione” alla tedesca, che porti insieme alla Moncloa i Popolari con i Socialisti, tagliando però fuori i movimenti più recenti e rappresentativi del cambiamento in atto in Spagna, ossia Podemos e Ciudadanos. Andrebbe ugualmente sottolineata la presenza di forze separatiste in regioni tra le più ricche della nazione (Catalogna, Paesi Baschi), benché tali espressioni politiche “dal basso” non sembrano raccogliere nemmeno in loco una evidente maggioranza.

Partiti “veri”. La Spagna è stata tra le principali vittime della crisi economica giunta in Europa nel 2008: ora si sta pian piano riprendendo, con performance che lasciano ben sperare, nonostante talune debolezze strutturali, fra cui gli elevatissimi tassi di disoccupazione e un inadeguato livello di investimenti.

Il Paese avrebbe dunque bisogno di stabilità politica, di riforme, di strategie di medio-lungo termine. È questo che i cittadini si augurano dalla politica.

E forse per questo hanno scelto – pur con orientamenti differenti – formazioni che parlano di progetti, di lavoro, di casa, di scuola e di sanità. Partiti non virtuali (i social non fanno ancora da padroni nella politica spagnola); partiti con vario grado di europeismo (gli anti-Ue qui non svettano); partiti aperti agli scenari internazionali, senza complessi di inferiorità verso gli altri Stati europei e con modesti tratti xenofobi o anti-immigrati che invece si registrano altrove, dalla Francia al Regno Unito, dall’Italia alla Polonia…

Guardare a Madrid. Ciò che accadrà a Madrid nei prossimi giorni è tutto da verificare:

è possibile che per evitare lo stallo nasca, come si diceva, un governo di “responsabilità nazionale”.

Comunque sin da ora gli spagnoli, pur con gli innumerevoli problemi da risolvere a casa loro, trasmettono qualche messaggio positivo a un’Europa spiazzata e confusa dal Brexit, dall’economia stagnante, pressata dai flussi dei profughi e incapace di trovare la quadra a tutte queste sfide. L’Europa che si dà appuntamento a Bruxelles in questi giorni per immaginare un dopo-Brexit dovrebbe forse guardare a Madrid con qualche attenzione in più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *