Catholicos Karekin II: “Papa Francesco, un soldato coraggioso di Cristo, servo dedicato del popolo”

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Papa e PatriarcaM. C. Biagioni

Nessuna nunziatura, nessun arcivescovado. Papa Francesco è ospite con tutto il suo seguito nella residenza di Etchmiadzin, sede della Chiesa apostolica armena e ad accoglierlo è Sua Santità Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni. L’Armenia, primo Paese cristiano, popolo che ha inciso sulla sua pelle le cicatrici di un tragico genocidio, terra attraversata dalla guerra, e che guarda al Monte Ararat con la speranza di una pace per tutti.

È vero, Santità Karekin II, che conosce Papa Francesco da quando era arcivescovo di Buenos Aires?
Ho avuto l’opportunità di conoscere Papa Francesco durante la mia prima visita ufficiale in Argentina nel 2004, quando era ancora arcivescovo in Argentina, e di nuovo quando ho fatto la mia seconda visita in Argentina nel 2011. Durante le mie visite ho avuto modo di conoscere il generoso spirito del cardinale Jorge Mario Bergoglio e di apprezzare il rapporto fraterno e amichevole con lui.

Un soldato coraggioso di Cristo, servo del popolo, pioniere della giustizia, difensore dei diritti dei poveri e dei diseredati.

Conoscevamo Papa Francesco sotto tale veste durante i suoi anni di ministero in Argentina. Sono stato particolarmente contento di sapere che aveva stretti legami e relazioni con la comunità armena in Argentina.

Cosa la colpisce di più della sua azione nella Chiesa e nel mondo?
Papa Francesco è uno dei servitori devoti e zelanti della Chiesa universale. Nella sua persona, la Chiesa cattolica ha un Pontefice che è pieno di grazia, il quale con la sua predicazione di amore verso la Parola di Dio e gli uomini fa sentire la sua voce contro l’ingiustizia sociale e interpersonale, mette in guardia contro la secolarizzazione della società e circa i pericoli e le altre sfide che minacciano l’istituto della famiglia cristiana. Apprezzo molto le attività per costruire la pace portate avanti dal Pontefice della Chiesa cattolica romana.

La Chiesa armena è preoccupata per la situazione del Nagorno-Karabakh. Cosa chiede e spera per questa regione?
Il Nagorno-Karabakh è la terra storica dell’Artsakh, abitata dal nostro popolo da millenni, nella quale ha vissuto una fiorente vita nazionale, spirituale e culturale. Dopo lo stabilimento del potere sovietico nel Caucaso meridionale, il Nagorno-Karabakh e il Nakhijevan sono stati annessi all’Azerbaigian dalle autorità sovietiche, ignorando che si trattasse di un territorio storicamente armeno. Da allora, le autorità azere hanno intrapreso una politica di svuotamento del Karabakh dagli armeni, sradicando tutte le tracce della presenza armena e assimilando gli armeni. Le chiese armene sono state chiuse, le scuole armene sono state chiuse, e soltanto i candidati approvati da Baku sono stati nominati a posizioni di leadership. Nel caso del Nakhijevan, quella politica ha avuto successo, ma la popolazione dell’Artsakh si è ribellata nel 1988, ha iniziato il movimento Karabakh e ha dichiarato l’indipendenza, difendendo il loro diritto di vivere liberi.
Fin dai primi giorni del conflitto, attraverso la mediazione del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, sono stati organizzati incontri tra i leader religiosi dell’Armenia e dell’Azerbaijan, che continuano tuttora. Importanti dichiarazioni sono state esposte in questi incontri, sottolineando che il conflitto non ha motivazioni religiosi e che le controparti sono state chiamate a risolvere la questione pacificamente. È altamente deplorevole che le recenti attività militari scatenate dall’Azerbaijan contro il Nagorno-Karabakh nello scorso aprile testimonino il desiderio dell’Azerbaijan di trovare una soluzione militare al problema. In seguito alle dichiarazioni militaristiche da parte delle autorità azere, il leader religioso dell’Azerbaijan, lo Sceicco ul-Islam Allahshukur Pashazade, ha pronunciato dichiarazioni infiammate nella stessa linea, cercando di collocare il conflitto in un contesto religioso.
Siamo profondamente preoccupati per la situazione attuale. Mentre è in atto un cessate-il-fuoco, i giovani che difendono i confini della loro patria, nonché la popolazione civile, muoiono a causa delle azioni militari provocatorie e del fuoco dei cecchini, e molti insediamenti civili sono presi di mira dai bombardamenti e vengono distrutti.

È nostro desiderio stabilire la pace nella regione il più presto possibile in modo da non avere più madri e vedove in lutto e bambini orfani, e che tutti possano vivere una vita sicura, pacifica e felice.

È nostra convinzione che una pace duratura possa essere stabilita attraverso la giustizia, che si basa sul diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh.

Quanto importanti sono state le parole di Papa Francesco pronunciate lo scorso anno sul genocidio armeno?
La nostra gente ricorda con gratitudine la Santa Messa celebrata da Sua Santità Papa Francesco nella Basilica di San Pietro in occasione del 100° anniversario del genocidio armeno, durante la quale, seguendo l’esempio del Pontefice della Chiesa cattolica San Giovanni Paolo II, ha ancora una volta dichiarato con forza che il genocidio armeno è stata la più grande tragedia del XX secolo, lanciando un appello per celebrarne la memoria e intraprendere delle azioni per sanare questa ferita sanguinante.
Questa iniziativa compiuta nel 100° anniversario del genocidio armeno ha rappresentato un messaggio rivolto a tutto il mondo, che è stato ascoltato da un certo numero di nazioni le quali, successivamente, hanno riconosciuto il genocidio armeno.
Apprezzo molto il sostegno dimostrato nei confronti del nostro popolo e della Chiesa armena dal nostro amato fratello Papa Francesco di Roma.

Cosa ha da dire questa tragedia oggi al mondo di oggi attraversato da terrorismo e persecuzioni?
Il genocidio commesso dalla Turchia ottomana contro il popolo armeno cristiano all’inizio del XX secolo è una delle più grandi tragedie della storia umana moderna.
Milioni di figli della nostra nazione sono stati costretti all’esilio e sottoposti a un massacro pianificato, migliaia di monasteri e chiese sono stati distrutti, innumerevoli tesori culturali sono stati annientati.

Molti sono stati costretti a convertirsi, i loro discendenti ora vivono in Turchia, e a un secolo di distanza hanno ancora paura di rivelare la loro identità etnica o anche soltanto di parlarne.
Nonostante tutto questo, la nostra gente, fedele alla fede dei nostri antenati e alle tradizioni nazionali, ha testimoniato la propria fede in Cristo con il martirio. Cento anni dopo, la Chiesa armena ha canonizzato i propri martiri che sono morti per la loro fede e per la patria.
Purtroppo, il mondo è rimasto in silenzio mentre si svolgeva questa tragedia, creando così occasioni per nuovi crimini. Alcuni decenni più tardi Adolf Hitler, per giustificare le sue brutalità, disse: “Chi si ricorda oggi del genocidio degli armeni?”. Siamo convinti che la comunità internazionale non deve esitare a pronunciare giudizi chiari, perché

il modo migliore per prevenire simili crimini e forme di violenza consiste nel condannarli e bloccarli in modo tempestivo.

Oggi è possibile garantire una fondazione pacifica e armoniosa delle diverse nazioni, religioni e culture soltanto dimostrando buona volontà e unendo gli sforzi di tutti. Ciò è tanto più urgente oggi, quando vediamo le condizioni dolorose che stanno vivendo l’Iraq, la Siria e altri paesi del Vicino Oriente, a causa delle quali tante persone innocenti muoiono e tesori storici e culturali vengono distrutti.

Papa Francesco parla spesso dell’ecumenismo del sangue. Cosa ne pensa?
La pace e la riconciliazione sono grazie divine, alle quali ogni uomo e ogni nazione debbono aspirare. La Chiesa è chiamata a condividere il messaggio di pace di Cristo con il mondo, a guidare l’umanità all’amore e alla riconciliazione, a definire la vita in base ai buoni frutti e ad aspirare sempre alla religiosità.
Il nostro è un popolo martoriato, una nazione che ha vissuto il dolore e la sofferenza, che ha sempre risposto alla morte con la vita, vivendo con una fede inamovibile in Dio,

con la speranza della resurrezione e una fede incrollabile, e nei momenti di necessità, testimoniando la loro fede anche con il martirio, tramite il quale hanno anche confermato il loro diritto di vivere.
Comprendo in questo contesto l’intero contenuto e la pertinenza dell’espressione di Papa Francesco “l’ecumenismo del sangue”.
Innalziamo la nostra preghiera a Dio per i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede, per tutte le persone che soffrono e sono nel dolore, affinché sotto l’ombra di Dio Onnipotente le nazioni e i popoli possano vivere in pace, saldi sui loro valori spirituali e morali.

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