Il prete al tempo di Papa Francesco

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StellaDi Riccardo Benotti

Dallo studio che affaccia sul colonnato del Bernini, il panorama rapisce l’attenzione. Alle pareti i ritratti dei Pontefici dell’ultimo secolo accolgono gli ospiti, annodando il filo della memoria di un Dicastero chiamato da sempre a confrontarsi con la tradizione e l’innovazione. Il cardinale Beniamino Stellasiede accanto all’immagine di Albino Luciani, il Papa del sorriso che è stato anche l’ultimo italiano a salire sul soglio di Pietro. È a lui che il cardinale Stella deve la formazione accademica che lo ha portato a ricoprire ruoli di grande rilievo nella diplomazia vaticana, dalla Repubblica Centrafricana al Ciad, dal Congo alla Colombia. Nel mezzo, sette anni di operoso lavoro da nunzio apostolico a Cuba. Già presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, il cardinale Stella è stato scelto da Papa Francesco per l’incarico di prefetto della Congregazione per il Clero.

Nell’omelia per il Giubileo dei sacerdoti, Francesco ha ricordato che “il cuore del pastore di Cristo conosce solo due direzioni: il Signore e la gente”. Quale prete desidera il Papa per la Chiesa?
Un pastore dalla forte spiritualità, che ha ricevuto la misericordia e la dona. Chi ha vissuto l’esperienza profonda di Dio che perdona, è capace di perdonare a sua volta nell’esercizio del ministero. E poi un sacerdote che vive con il popolo di Dio, di cui condivide gioie e speranze.

Un prete accogliente che vive sulla strada.

Il Papa invita a non abbandonare la strada, a stare tra le persone e a partecipare al quotidiano. Bisogna condividere un itinerario di vita concreto del popolo cristiano, nella liturgia ma anche nella famiglia. Un prete presente nelle vicende del popolo è capace di commuoversi di fronte ai drammi della vita.

La parola “popolo” torna spesso nei discorsi di Francesco. A cosa si riferisce?
Alla comunità dei battezzati, ma non soltanto a loro. È tutta la società, anche lontana dalla Chiesa, che almeno in Europa e in Italia conserva una memoria cristiana dei sacramenti. La maggior parte della nostra gente battezza i figli e li accompagna fino alla cresima. Nella storia personale resta una eco che si mantiene nel tempo, anche se durante gli anni ci si allontana dalla Chiesa.

Le relazioni del Papa con i non credenti sono esemplari per i pastori, che non possono dimenticare le pecore che non sono mai entrate nel gregge o che si sono allontanate da esso. Dobbiamo cercare queste pecore con gesti umani, nell’ora della malattia e della gioia.

Se il parroco ha intuizione e sensibilità, non manca di bussare alla porta di chi ha bisogno. Il prete pastore non dimentica questa larga fetta di persone che magari non frequentano la Chiesa, ma si ricordano della fede della nonna o della mamma. E lì può trovare un aggancio concreto per entrare nei loro cuori.

I sacerdoti diocesani mostrano un trend crescente in Africa, America Latina, Asia e Oceania. Le parrocchie italiane sono abitate, ormai da anni, da sacerdoti stranieri. È un modello di pastorale a cui dobbiamo abituarci?
È già in atto un ridimensionamento degli ambiti parrocchiali, con la diffusione di formule diverse di accompagnamento della comunità. Ci sono volti che non hanno il nostro profilo. Ma quando i primi missionari giunsero in Africa e in Asia, non avevano il colore della pelle, non parlavano la lingua e non conoscevano la cultura di quei luoghi. Oggi siamo chiamati ad accogliere chi viene da noi. Sarebbe bello se il popolo generasse i propri pastori, ma i segni dei tempi e l’universalità della Chiesa ci portano a considerare la necessità di integrare le forze apostoliche che non sono nate nel nostro grembo. Il Vangelo è il pane comune. Non sappiamo dove condurrà questa strada, che è già stata imboccata da almeno un decennio. I vescovi sono consapevoli e accolgono, senza spalancare le porte. L’equilibrio di vocazioni che si mantiene a livello mondiale, spinge a studiare soprattutto in Europa nuove modalità di servizio e a cercare forze apostoliche che ci aiutino in quest’ora di carestia e difficoltà.

Si prospettano, dunque, nuove forme di collaborazione con i laici?
Il coinvolgimento del laicato deve crescere. La lamentela generale è che il prete ha troppi impegni amministrativi, che il vescovo è costretto a occuparsi di cose che in fondo non gli competono.

Oggi preti e vescovi devono concentrare le forze su ciò che appartiene loro come ministri ordinati, affidando ai laici competenze e servizi che possono svolgere meglio di loro.

Siamo stati abituati a vedere il prete in ogni angolo della parrocchia. È giunto il momento di riservare il ministero ordinato al servizio pastorale e lasciare ai laici una maggiore capacità di azione.

La Chiesa è preoccupata dalla crisi vocazionale che colpisce il Vecchio Continente e, più in generale, l’occidente?
In Europa non si vede la fine dell’eclisse e non si coglie ancora la causa più immediata. Ci sono ragioni generali di questo oscuramento della vocazione. La cultura, ad esempio, o la famiglia che non sostiene le vocazioni e anzi le ostacola in molti casi. Per la nostra Europa c’è preoccupazione. Tante iniziative nascono a livello di Conferenze episcopali.

Incoraggiamo i vescovi a sostenere la pastorale vocazionale, centrandola in particolare sulla figura del sacerdote. Nel post-Concilio abbiamo insistito tanto sulla vocazione alla santità dei laici, e forse le persone non si sentono più interpellate dalla vocazione sacerdotale.

Dobbiamo invitare i giovani a pensare a questo servizio al Signore nel ministero ordinato. La Congregazione proporrà nel mese di ottobre un convegno con il motto pontificio, “Miserando atque eligendo”, rivolto a tutta la Chiesa. Speriamo che l’evento e l’udienza con il Papa possano contribuire a sensibilizzare sul tema del sacerdozio.

Quali difficoltà sperimentano i preti nel ministero?
I sacerdoti hanno spesso diverse parrocchie e il fine settimana comporta un impegno fisico esigente, perché le comunità reclamano la messa, le feste patronali, la preparazione alla comunione. Alcuni servizi ministeriali fanno ancora parte della pietà popolare e della cultura cristiana della nostra gente. È una difficoltà che certamente oggi i preti avvertono. E poi c’è la fatica profonda e meno visibile dell’accoglienza del messaggio cristiano. Dopo la cresima, i giovani tendono ad allontanarsi dalla comunità. Vivere il matrimonio da cristiani non è semplice, all’interno di una cultura che ha canonizzato tante supposte libertà e capricci. I preti vivono intensamente questa difficoltà nel rapporto con i giovani, che è la fascia d’età più impegnativa. Una gioventù che oggi ha altri riferimenti e altri santuari, che vede il campanile dal piazzale della discoteca. L’allontanamento della gioventù, a causa di tanti richiami forti da parte della società, è una grande sofferenza per il prete.

I giovani sono facilmente attratti da altre allodole, anche nella scuola che oggi più che formare alla vita spesso contamina.

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