Il Papa: “Disabili rinchiusi in recinti o riserve per non intralciare falso benessere”

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Papa Francesco bambinaZenit, di Salvatore Cernuzio

“Si ritiene che una persona malata o disabile non possa essere felice, perché incapace di realizzare lo stile di vita imposto dalla cultura del piacere e del divertimento. Nell’epoca in cui una certa cura del corpo è divenuta mito di massa e dunque affare economico, ciò che è imperfetto deve essere oscurato, perché attenta alla felicità e alla serenità dei privilegiati e mette in crisi il modello dominante”.

Sono un pugno allo stomaco le parole di Papa Francesco per descrivere il trattamento che la società di oggi riserva a malati e disabili, pronunciate durante la Messa dei Giubileo ad essi dedicato, in una piazza San Pietro gremita nonostante l’allerta meteo a Roma.

Il Pontefice denuncia quella sorta di ‘fastidio’ che il mondo odierno nutre verso malati e disabili: “Meglio tenere queste persone separate, in qualche ‘recinto’ – magari dorato – o nelle ‘riserve’ del pietismo e dell’assistenzialismo, perché non intralcino il ritmo del falso benessere. In alcuni casi, addirittura si sostiene che è meglio sbarazzarsene quanto prima, perché diventano un peso economico insostenibile in un tempo di crisi”.

In realtà, osserva il Papa, “quale illusione vive l’uomo di oggi quando chiude gli occhi davanti alla malattia e alla disabilità!”. L’uomo “non comprende il vero senso della vita, che comporta anche l’accettazione della sofferenza e del limite”. E “il mondo non diventa migliore perché composto soltanto da persone apparentemente ‘perfette’, per non dire ‘truccate’”, ma lo diventa “quando crescono la solidarietà tra gli esseri umani, l’accettazione reciproca e il rispetto”. 

Parole, quelle del Vescovo di Roma, che suonano come una carezza per tutti i presenti alla Messa, circa 50mila secondo le prime stime. Ragazzi down, bambini ciechi o sordi, anziani o giovani sulla sedia a rotelle: tutti lì ad ascoltare quello che il Santo Padre ha loro da dire. Alcuni hanno pure proclamato le letture in braille o con la Lingua dei Segni internazionale, un altro gruppo ha drammatizzato il Vangelo per permettere che il testo venisse compreso soprattutto dai fedeli con disabilità mentale-intellettiva.

Proprio sul Vangelo si sofferma la riflessione del Papa che ci presenta la “particolare situazione di debolezza” di una donna peccatrice giudicata ed emarginata, che invece Gesù accoglie e difende, perché “attento alla sofferenza e al pianto di quella persona”. “La sua tenerezza è segno dell’amore che Dio riserva per coloro che soffrono e sono esclusi”, sottolinea Francesco. “Non esiste solo la sofferenza fisica; oggi, una delle patologie più frequenti è  la tristezza, quella che tocca lo spirito”; una sofferenza che “coinvolge l’animo e lo rende triste perché privo di amore”.

È infatti “quando si fa esperienza della delusione o del tradimento nelle relazioni importanti, allora ci si scopre vulnerabili, deboli e senza difese. La tentazione di rinchiudersi in sé stessi si fa molto forte, e si rischia di perdere l’occasione della vita: amare nonostante tutto, amare nonostante tutto”, ripete il Papa.

“La natura umana, ferita dal peccato, porta inscritta in sé la realtà del limite”, osserva poi. “Conosciamo l’obiezione che, soprattutto in questi tempi, viene mossa davanti a un’esistenza segnata da forti limitazioni fisiche”. Ovvero atteggiamento di rifiuto o di indifferenza. “In realtà tutti prima o poi siamo chiamati a confrontarci, talvolta a scontrarci, con le fragilità e le malattie nostre e altrui. E quanti volti diversi assumono queste esperienze così tipicamente e drammaticamente umane! In ogni caso, esse pongono in maniera più acuta e pressante l’interrogativo sul senso dell’esistenza”. 

Nell’animo umano può subentrare a volte anche “un atteggiamento cinico, come se tutto si potesse risolvere subendo o contando solo sulle proprie forze”. Oppure, altre volte, “si ripone tutta la fiducia nelle scoperte della scienza, pensando che certamente in qualche parte del mondo esiste una medicina in grado di guarire la malattia”. “Non è così”, afferma Bergoglio, “anche se quella medicina ci fosse, sarebbe accessibile a pochissime persone”.

Malattia, sofferenza e morte vanno allora inquadrate in quel “dinamismo pasquale di morte e resurrezione, ricevuto nel Battesimo”, perché esso trovano in Cristo “il loro senso ultimo”. In Gesù che “nella sua passione, ci ha amato sino alla fine sulla croce ha rivelato l’Amore che si dona senza limiti”.

Solo nell’amore si può raggiungere “la felicità che ognuno desidera”, assicura il Pontefice, “non c’è un’altra strada”, è sempre una questione di amore. “La vera sfida – prosegue Francesco – è quella di chi ama di più. Quante persone disabili e sofferenti si riaprono alla vita appena scoprono di essere amate! E quanto amore può sgorgare da un cuore anche solo per un sorriso! La terapia del sorriso….”.

La stessa fragilità può diventare così “conforto e sostegno alla nostra solitudine”. “Il modo in cui viviamo la malattia e la disabilità è indice dell’amore che siamo disposti a offrire. Il modo in cui affrontiamo la sofferenza e il limite è criterio della nostra libertà di dare senso alle esperienze della vita, anche quando ci appaiono assurde e non meritate”.

L’incoraggiamento è pertanto a non lasciarsi “turbare” dalle tribolazioni. Bergoglio cita San Paolo e ricorda che “nella debolezza possiamo diventare forti, e ricevere la grazia di completare ciò che manca in noi delle sofferenze di Cristo, a favore della Chiesa suo corpo”. Un corpo che, ad immagine di quello del Signore crocifisso e risorto, “conserva le piaghe, segno della dura lotta”; piaghe, però, “trasfigurate per sempre dall’amore”.

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