Turoldo, il poeta che bussa al “silenzio di Dio”

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MariangelaDi Gianni Borsa

«Poeta, profeta, disturbatore delle coscienze, uomo di fede, uomo di Dio, amico di tutti gli uomini»: la definizione di padre David Maria Turoldo è dell’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, celebrandone le esequie l’8 febbraio 1992. Nel centenario della nascita, Mariangela Maraviglia – storica, con alle spalle numerosi volumi sulla Chiesa italiana e alcuni suoi protagonisti del Novecento – firma la prima biografia scientifica del religioso, resistente, poeta dalla penna tagliente, con una vita carica di slanci, testimonianze evangeliche rigorose, incomprensioni… “David Maria Turoldo. La vita, la testimonianza (1916-1992)”, il titolo del libro, edito da Morcelliana, realizzato con il sostegno del Priorato di Sant’Egidio di Fontanella di Sotto il Monte e della Provincia veneta dei Servi di Maria, l’ordine cui apparteneva il religioso. Con l’autrice – che mostra di condividere le parole di Martini – anticipiamo alcuni contenuti del volume, che verrà presentato per la prima volta sabato 11 giugno a Coderno di Sedegliano (Udine), paese natale di Turoldo.

Professoressa, la figura di Turoldo è tornata in primo piano nei giorni scorsi, quando è stata rivelata la volontà dello scomparso cardinale Loris Capovilla di essere sepolto accanto al suo amico padre David. Quale il legame tra i due?

Turoldo incontrò Capovilla il 5 ottobre 1962, il giorno successivo al pellegrinaggio di preghiera voluto da Giovanni XXIII a Loreto e ad Assisi, in occasione dell’imminente inizio del Concilio. Quando nel 1963, alla morte di papa Giovanni, padre David decise di insediarsi a Fontanella di Sotto il Monte, fiducioso di poter fare della terra di papa Giovanni una nuova “piccola Assisi”, Capovilla fu prodigo di aiuto e consigli. Iniziò un’amicizia che si allargò ai membri della fraternità turoldiana e che si consolidò a partire dal 1988, quando lo stesso Capovilla si trasferì in località Ca’ Maitino, a pochi chilometri dall’abbazia di Sant’Egidio.

La biografia di David Maria Turoldo è costellata di esperienze, incontri, nuove “avventure”, viaggi e città… Quali le tappe principali della sua testimonianza credente?

Le tappe della sua biografia, forse la più avventurosa del Novecento italiano, possono essere scandite da alcuni luoghi rappresentativi: la Milano degli anni Quaranta, in cui Turoldo condivise attivamente la Resistenza al fascismo e gli slanci del dopoguerra; la “mitica” Firenze degli anni Cinquanta, vitalizzata dalle presenze di Giorgio La Pira ed Ernesto Balducci; Udine, nei primi anni Sessanta, in cui si cimentò con il linguaggio cinematografico realizzando il filmGli ultimi; il definitivo approdo a Sotto il Monte nel 1964.

Tappe in cui l’impegno di padre David si dispiegò multiforme e prodigioso

interrotto da due dolorosi “esili”, in Austria nel 1953 e in Inghilterra nel 1958, con i quali si cercò di mettere a tacere la sua voce critica ed evangelicamente dirompente.

Potremmo dire che è difficile raccontare Turoldo senza il lungo elenco di amicizie strette nell’arco della vita. Quali i nomi principali? Perché le relazioni personali, per lo più segnate da intima condivisione spirituale e culturale, sono un punto fermo della sua biografia?

Turoldo aveva uno speciale carisma dell’amicizia, radicato nella sua umanità ricchissima e vibrante; questo dono lo avvicinò a protagonisti del Novecento anche diversissimi tra loro, che avvertiva per qualche aspetto consonanti e con cui condivise iniziative e speranze ecclesiali, culturali, sociali. Per limitarci ai nomi più noti, oltre a quelli già ricordati: don Primo Mazzolari, don Zeno Saltini fondatore di Nomadelfia, Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, Enzo Bianchi, Raniero La Valle, Arturo Paoli, Gianfranco Ravasi; in ambito letterario Luigi Santucci, Carlo Bo, Alda Merini, Andrea Zanzotto. Ma non possiamo dimenticare gli stretti rapporti con il cardinale Ildefonso Schuster, che lo invitò a predicare in duomo a Milano dal 1943 al 1953; con il fondatore dell’Università cattolica padre Agostino Gemelli; con don Lorenzo Milani, come lui appassionato difensore dei poveri; con il cardinal Carlo Maria Martini, che gli conferì il “Premio Giuseppe Lazzati” nel 1991, riconoscendo il ministero profetico da lui svolto con abnegazione instancabile.

Turoldo oratore, poeta, scrittore: quale tratto le sembra, alla luce dei suoi studi, il profilo più riuscito ed efficace?

Io amo in special modo il Turoldo poeta religioso, che assume i dubbi dell’uomo della scienza e della cultura secolarizzata, e che, pur non potendosi pensare al di fuori dello sguardo di Dio, non cessa di porsi e di porgli l’eterna domanda sul suo “impenetrabile silenzio”, e con quello sul male, sulla morte, sul senso del tutto.

Quella di Turoldo è una poesia-confessione di un’anima

che conseguì risultati poeticamente notevoli soprattutto nel primo e nell’ultimo tempo: opere come “Canti ultimi” (1991) conquistarono platee di lettori e infine l’assenso anche di molti “addetti ai lavori”.

L’epilogo del suo libro si intitola “L’inquietudine, la persuasione, la speranza”. Cosa significa?

In quelle pagine tento, con pochi tratti, di restituire il senso di una testimonianza che convinse intere generazioni di credenti che con lui condivisero istanze e aspirazioni: un cristianesimo alleato dell’“uomo”; il rinnovamento della Chiesa e della cultura religiosa; la lettura della Bibbia; l’ecumenismo; la pratica di una liturgia bella e partecipata; i forti idealismi sociali degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. Critiche e dissensi feroci non allontanarono Turoldo dalla fedele appartenenza alla Chiesa e al suo ordine e

la speranza cristiana si confermò l’orizzonte ineludibile del suo percorso:

il volto di Cristo, scrisse negli ultimi fogli vergati, era la “sola risposta all’infinito silenzio” di Dio.

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