Attentato ad Istanbul: padre Monge (domenicano), “deflagrazione fortissima”

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Instambul“Posso confermare che alle 8.35 c’è stata una deflagrazione fortissima. L’abbiamo sentita distintamente anche qui, nella nostra casa con i vetri delle finestre che vibravano, anche se siamo a 4 chilometri in linea d’aria dal luogo dell’attentato”. È la testimonianza di padre Claudio Monge, missionario domenicano ad Istanbul, dove questa mattina una bomba è esplosa al passaggio di un convoglio della polizia nella centralissima piazza Beyazit, tra l’università di Istanbul e il gran bazar. “Le agenzie – racconta padre Monge – parlano di 11 morti e 36 feriti. L’attacco era indirizzato a un bus della polizia ed è avvenuto in una zona nevralgica per la vita civile della città a qualche centinaio di metri dall’edificio del Comune centrale di Istanbul. È difficile parlare della matrice dell’attentato perché al momento attuale non ci sono rivendicazioni anche se la tipologia di un attacco contro la polizia potrebbe far pensare a qualcosa legato alla guerra in atto. Anche se la stampa internazionale ne parla poco, solo nelle ultime settimane sono state uccise mille persone nel Sud-Est del Paese. Sono cifre mostruose”.

L’attentato di questa mattina dà un colpo mortale anche all’economia. “Sembrava – conferma padre Monge – che stesse riprendendo la fiducia nella gente in vista degli arrivi turistici e si sperava che non tutto fosse perduto per l’estate e invece l’attentato di oggi dà una botta definitiva alle speranze per la ripresa turistica, soprattutto per Istanbul dove è evidente un calo mostruoso di arrivi e presenze e questo mina la fiducia”. Lo scorso aprile l’ambasciata americana in Turchia aveva lanciato l’allarme su “minacce credibili” di attacchi contro zone turistiche a Istanbul e la città di Antalya. Il rischio attentati ha avuto forti ripercussioni sul settore turistico del Paese: lo scorso aprile sono stati circa 1,7 milioni gli stranieri registrati in Turchia, con un calo di oltre il 28% rispetto allo stesso mese del 2015.

“Abbiamo tra l’altro cominciato il Ramadan – osserva il missionario domenicano -. Siamo pertanto in un mese delicato anche solo per il fatto che ci sono grandi raggruppamenti di persone per l’iftar, per le cene della fine del digiuno. Ma non puoi vivere nella paura. I consolati ci invitano a non uscire o a evitare i luoghi affollati che per una città con 17 milioni di abitanti non si capisce cosa significa. La gente soffre perché qui si vive moltissimo di turismo e la situazione è catastrofica per la tenuta economica della città”. Il missionario ricorda che domenica scorsa la piccola comunità cattolica di Istanbul ha pregato “per i nostri fratelli musulmani che cominciavano il mese del digiuno perché questo sia un tempo fecondo di esperienza di fede che possa essere un momento di ispirazione. Abbiamo bisogno di uscire da queste tremende polarizzazioni che riducono l’altro a nemico giurato e inventare invece un modo di vivere quotidiano l’uno accanto all’altro. È una follia pensare che nel terzo millennio possiamo creare ambienti impermeabili all’altro. La convivenza nella diversità è il nostro destino e la nostra ricchezza”.

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