Papa Francesco: “Sperare contro ogni speranza”

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AngelusZenit

“L’evento centrale della fede è la vittoria di Dio sul dolore e sulla morte”. Lo ha detto ieri Papa Francesco, in piazza San Pietro, nel corso della Messa di canonizzazione dei Beati Stanislao di Gesù Maria Papczyński e Maria Elisabetta Hesselblad.

Nella sua omelia, il Pontefice ha spiegato che è il volto di Cristo a rivelarci “Dio Padre consolatore degli afflitti”. Questo significa che bisogna “rimanere intimamente uniti alla passione del nostro Signore Gesù” affinché “si mostri in noi la potenza della sua risurrezione”.

“Nella passione di Cristo c’è la risposta di Dio al grido angosciato, e a volte indignato, che l’esperienza del dolore e della morte suscita in noi” ha sottolineato Francesco. Più precisamente, ha detto, “si tratta di non scappare dalla Croce, ma di rimanere lì, come fece la Vergine Madre, che soffrendo insieme a Gesù ricevette la grazia di sperare contro ogni speranza”.

Secondo il Papa, questa è l’esperienza vissuta dai Santi, in particolare da Stanislao di Gesù Maria e di Maria Elisabetta Hesselblad: “Rimanendo uniti intimamente alla passione di Gesù, in loro si è manifestata la potenza della sua risurrezione”.

Il Vescovo di Roma ha quindi commentato la lettura dei testi sacri riprendendo i due segni prodigiosi di risurrezione, operati dal profeta Elia e da da Gesù. In entrambi i casi, i morti sono giovanissimi figli di donne vedove, che vengono restituiti vivi alle loro madri. Singolare la vicenda della vedova di Sarepta, una donna non ebrea, che aveva accolto nella sua casa il profeta Elia. Ella è indignata con il profeta e con Dio perché, proprio mentre Elia era suo ospite, il bambino si era ammalato e spirato tra le sue braccia.

Elia dice allora a quella donna: «Dammi tuo figlio» (1Re 17,19); prende il bambino, lo porta nella stanza superiore, e lì, da solo, nella preghiera, “lotta con Dio”, ponendogli di fronte l’assurdità di quella morte. “Il Signore ascoltò la voce di Elia, e restituì il bambino vivo alla madre”, evidenzia Papa Francesco. Con “la stessa tenerezza”, aggiunge, Dio si rivela pienamente in Gesù.

Come racconta il Vangelo (Lc 7,11-17), Cristo incontrò la vedova di Nain, che stava accompagnando alla sepoltura il suo unico figlio, ancora adolescente, e provò “grande compassione”. Di certo, ha detto il Papa, Gesù si avvicinò, toccò la bara, fermò il corteo funebre, e sicuramente avrà accarezzato il viso bagnato di lacrime di quella povera mamma.

“Non piangere!” le disse (Lc 7,13), e quel  ragazzo si risvegliò come da un sonno profondo e ricominciò a parlare, così Gesù “lo restituì a sua madre” (v. 15). Non si tratta di magia: “Dio non è un mago”, ha precisato Bergoglio, “è la tenerezza di Dio incarnata, in Lui opera l’immensa compassione del Padre”.

Il Santo Padre ha voluto parlare quindi della resurrezione dell’apostolo Paolo, “che da nemico e feroce persecutore dei cristiani divenne testimone e araldo del Vangelo”. Un mutamento radicale che non fu opera sua, “ma dono della misericordia di Dio, che lo ‘scelse’ e lo ‘chiamò con la sua grazia’, e volle rivelare ‘in lui’ il suo Figlio perché lo annunciasse in mezzo alle genti”.

“Paolo dice che Dio Padre si compiacque di rivelare il Figlio non solo a lui, ma in lui”. Così l’apostolo sarà “non solo un messaggero, ma anzitutto un testimone”. Ed è così che anche con i peccatori, ad uno ad uno, “Gesù non cessa di far risplendere la vittoria della grazia che dà vita”. Egli – ha ribadito il Papa – prende su di sé i nostri peccati, li toglie e ci restituisce vivi alla Chiesa stessa. E ciò avviene in modo speciale durante questo Anno Santo della Misericordia”.

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