Referendum del 1946, quando stava per vincere la monarchia

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di Giancarlo Cocco

Nella giornata del 2 e nella mattinata del 3 giugno 1946, si tenne in Italia il referendum per scegliere tra la Monarchia e la Repubblica. L’Italia era ancora piena di macerie e questo referendum era stato previsto con un decreto luogotenenziale sin dal giugno del 1944 dal governo Bonomi appena succeduto al governo Badoglio. Nella genesi del Referendum, nel quale votarono per la prima volta anche le donne, secondo quanto scrive Alessandro Mola nel libro ”Declino e crollo della Monarchia in Italia” fondamentale fu l’apporto del progetto americano di cambiare in maniera “soft” tutte le strutture della società italiana e volto ad esportare la loro particolare forma di democrazia configurata sulla struttura repubblicana dello Stato. Premessa indispensabile di tale progetto politico fu la resa incondizionata delle truppe italiane voluto dalla sinistra progressista americana di cui Roosevelt era esponente. Nonostante il diffuso attaccamento degli italiani alla dinastia sabauda, gli alleati cercarono di porre le premesse affinchè il responso dei votanti fosse quello “giusto”, con opportuni provvedimenti. Furono esclusi dal voto coloro che erano prigionieri di guerra e si trovavano ancora all’estero, gli internati, e gli epurati. Un computo dell’Istituto Centrale di Statistica indica in oltre un milione e mezzo gli esclusi dal voto e lo furono anche gli abitanti delle province orientali e di Bolzano, del Friuli  Venezia GiuliaTrieste e dell’Istria, in totale un milione e seicentomila che a ragione della loro vicinanza alla Jugoslavia di Tito, si sarebbero aggrappati alla Monarchia per il timore di non essere restituiti alla sovranità italiana.

Il ministro della Giustizia dell’epoca il leader comunista Palmiro Togliatti, fece inserire 200 funzionari fedeli al suo partito per la revisione del voto dei 35.000 verbali circoscrizionali e sezionali così come ci racconta Lucio Lami nel  libro “Il Re di Maggio”. Per assicurare l’ordine durante il referendum fu costituita una polizia speciale formata in maggioranza da ex partigiani per la maggior parte comunisti. All’atto dello spoglio il 4 giugno 1946 i carabinieripresenti in tutte le sezioni, a metà scrutinio comunicarono al Papa Pio XII che la Monarchia si avviava a vincere. Nella mattinata del 5 giugno il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi annunciava al ministro della Real Casa Falcone Lucifero una prevalenza monarchica dei voti. I risultati continuarono ad affluire al Viminale sotto l’occhio preoccupato del ministro dell’Interno Romita del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria il partito più antimonarchico. Nel pomeriggio inoltrato del 4 giugno la Monarchia era al 54%. Verso le due del mattino del 5 giugno la Monarchia si presentava in netto vantaggio e fu in quelle ore che si svolse una vera e propria guerra tra i servizi segreti americani, favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia. Tra il 5 e 6 giugno  vi fu l’immissione di una valanga di voti per cui i risultati si capovolsero in favore della Repubblica. La mattina del 5 giugno Palmiro Togliatti come capo del Partito Comunista, aveva dato l’ordine ai funzionari del suo ministero, addetti alle circoscrizioni, di procedere ad una “autonoma gestione dei voti”.

Nel tardo pomeriggio verso le 17 Romita fornì i risultati:12.718.641 suffragi per la Repubblica pari a  54,27% e  10.718.641 per la Monarchia pari al 45,73 per cento. Come dichiarò alcuni anni dopo Marcella Ferrara, all’epoca funzionario del Partito Comunista Italiano, “avevamo fatto stampare più schede del numero dei chiamati alle urne. In caso di necessità…”.Si parlò di 40 milioni di schede a fronte di un numero di aventi diritto che secondo l’Istituto Centrale di statistica dovevano essere in totale 23 milioni. Risultarono  scrutinate  24.946.878  schede. I risultati del voto mostrarono una spaccatura tra le forze politiche del Paese con un Nord a vocazione repubblicana ed un Sud fortemente legato alla tradizione monarchica. Nelle elezioni per la Costituente poi la Democrazia Cristiana divenne il primo partito con il 35% di voti, seguito da due partiti di sinistra il PSIUP con il 20.7% il PCI 19%. Il Consiglio dei Ministri sottrasse ad Umberto II i poteri di Capo dello Stato e li conferì al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Scoppiarono rivolte in molte città italiane. Gravi furono i disordini a Napoli, notoriamente monarchica, dove si contarono nove morti. Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa notizia della vittoria della Repubblica. Umberto II per evitare una guerra civile partì per l’esilio rifugiandosi in Portogallo. Esilio dal quale non sarebbe mai più tornato.

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