Amare la Repubblica italiana nel segno dell’amicizia sociale

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Unita-d'Italia-grDi Francesco Bonini

Settant’anni, ben portati, tutto sommato. E allora è bene festeggiarla, la Repubblica, in particolare proprio in questo momento storico, in questa crisi che non è un fatto, come hanno tentato di raccontarci ormai da diversi anni, ma è un’epoca. Un’epoca sconosciuta e problematica, in cui alcuni, pochissimi, stanno meglio, molto meglio, e tanti, troppi, stanno peggio o comunque avvertono che non ci sono prospettive. Ecco perché è bene ricordarsi della Repubblica, di più, volere bene alla Repubblica, come patrimonio collettivo, come peraltro la facile etimologia latina suggerisce: una sorta di bene comune istituzionale. Bella definizione, anche se la retorica è sempre in agguato, così come la propaganda, quella sorta di narcotizzazione collettiva veicolata attraverso lo storytelling, ovvero una parola inglese alla moda che significa costruzione di narrazioni, quando le narrazioni vorrebbero persuaderci di cose che non sono.
Ecco allora che è bene misurarsi con la Repubblica, perché, mentre crescono le cortine fumogene delle narrazioni e nello stesso tempo la diffidenza o la protesta impotente, è bene avere un orizzonte comune, un riferimento credibile.

Ma misurarsi con la Repubblica è esigente. Non bastano le frasi di circostanza e le narrazioni che non persuadono più nessuno. La Repubblica, che è un’idea bella e grande, formalizzata nella Costituzione, si incarna in istituzioni e in persone, in rappresentanti.

Festeggiare la Repubblica, volere bene alla Repubblica è dunque prima di tutto fare memoria dei fondatori, rivedere quelle vecchie immagini in bianco e nero di galantuomini.

E poi così interrogarsi sulla qualità delle istituzioni, dei rappresentanti, ma nello stesso tempo anche dei cittadini, dei rappresentati. Dicevano dei primi parlamenti della storia inglese che un terzo dei rappresentanti era migliore, un terzo simile, un terzo peggiore della media dei rappresentati: pari e patta. Non basta deprecare.

Se vogliamo che la qualità complessiva cresca (e tutti sappiamo quanto ce n’è bisogno) occorre dunque agire ai due capi della catena della rappresentanza.
Papa Francesco, nel suo magistero sociale, denuncia la violenza e le ingiustizie, in qualunque modo e in qualunque forma, e parla di “amicizia sociale”. Può essere uno spunto interessante. E distingue il dialogo dalla discussione. Nel dialogo, dice, tutti crescono, nella discussione si cerca di prevaricare. E’ una pista interessante. Da troppo tempo si è smarrita la pazienza del dialogo, che presuppone identità e appartenenza, ma anche la consapevolezza della relazione. Il modello per la Repubblica non è stato e può essere il duello finale del western, con le pistole fumanti, come qualcuno ciclicamente suggerisce.
Relazione dunque: una parola chiave, che riporta all’identità della Repubblica, da recuperare per non decadere. Con ogni energia.

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