Parola d’ordine sui Patti per il Sud: spendere tutti i fondi europei

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RenziDi Stefano De Martis

Il presidente del Consiglio in queste settimane sta girando per le regioni e i capoluoghi del Mezzogiorno a firmare i Patti per il Sud. Ormai il percorso è in via di completamento e forse resterà fuori soltanto Napoli per via dei pessimi rapporti del sindaco De Magistris con Renzi. Ma c’è il voto amministrativo alle porte e purtroppo il condizionamento elettorale a volte rischia di essere insuperabile.
A leggere le cronache di questo tour si ha l’impressione che sul nostro Meridione stia piovendo una pioggia di miliardi. E’ davvero così? E’ tutto un bluff, come dicono i critici del governo, perché i soldi per il Sud sono sempre gli stessi di prima, oppure è davvero una grande occasione per il Mezzogiorno d’Italia? Diciamo subito che c’è del vero in entrambe le affermazioni. Ma prima di tutto cerchiamo di capire che cosa siano questi Patti per il Sud.

Lo scorso anno, nel mese di luglio, le anticipazioni del rapporto Svimez 2015 tracciano un quadro drammatico della situazione delle regioni meridionali.

Crollano i redditi e l’occupazione, aumentano la povertà e il divario con il Nord. Il dibattito pubblico che si innesca spinge il governo ad annunciare in agosto la volontà di approntare un Masterplan, un piano strategico straordinario per cercare di invertire la tendenza. Il piano vede la luce a novembre e si prevede che sia attuato attraverso quindici Patti per il Sud tra il governo centrale, ciascuna delle otto Regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna) e delle sette città metropolitane (Napoli, Bari, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari), a cui si aggiunge un accordo speciale per Taranto (questione Ilva).

Ogni Patto deve contenere: la visione che la regione o la città ha del proprio futuro; la ricognizione delle risorse a disposizione; l’individuazione delle priorità e dei tempi per gli interventi; l’indicazione delle procedure amministrative e delle responsabilità esecutive.
A fine febbraio di quest’anno, in mancanza di segnali di movimento, con una mossa inusuale che dà la misura della posta in gioco, la Confindustria e i sindacati confederali diffondono un documento congiunto per sollecitare il governo. Il meccanismo si mette finalmente in moto, anche gli enti locali fanno la loro parte, e si arriva alla firma dei Patti che dovrebbe completarsi entro la prima metà di giugno.
Da una prima, sommaria analisi degli accordi già sottoscritti emerge, com’era prevedibile, che la gran parte degli interventi, intorno al 70-75 per cento, è mirata alla realizzazione di infrastrutture (trasporti, ambiente, edilizia scolastica e sanitaria, ecc.).

Le somme implicate nel piano del governo sono comunque importanti, 95 miliardi di euro di qui al 2023.

Ma i Patti per il Sud in quanto tali non aggiungono un euro a quando già disponibile, attraverso soprattutto i fondi strutturali europei e il Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) che dal 2011 ha sostituito il Fondo per le aree sottoutilizzate e la cui programmazione è sincronizzata con i cicli settennali dei finanziamenti dell’Unione europea. Piuttosto, il governo ha ridotto la disponibilità del Fsc (che è destinato al Sud nella misura dell’80 per cento) per il ciclo 2014-2020: dalla previsione di 54,810 miliardi si era già passati a uno stanziamento effettivo di 43,848 miliardi, scesi a 38,581 perché si è attinto a questo fondo per finanziare altri interventi considerati urgenti. Come peraltro hanno fatto in passato anche altri governi.

Ma ammesso che sia vero che, come si sostiene nelle linee-guida del Masterplan, “non sono le risorse che mancano”, allora dov’è il nodo da sciogliere? Nella capacità di investire – e di investire bene – le risorse che ci sono.

Qui il caso più eclatante è da anni quello dei fondi europei inutilizzati. Nonostante tutti gli sforzi fatti, a fine 2015 sarebbero dai 5 ai 9 miliardi (a seconda dei calcoli) i finanziamenti che l’Italia rischia di perdere. Ma anche le opere sostenute dal Fsc, e quindi sottratte alla tagliola europea, subiscono continui rinvii. Su questo piano, allora, i Patti per il Sud possono essere davvero un’occasione decisiva e questo, in effetti, è anche il loro senso originario.
“Il nostro Paese, non solo il Sud – spiega Andrea Toma, direttore di ricerca del Censis, che sin dagli anni ’90 segue con attenzione l’andamento degli investimenti nel Mezzogiorno – ha una qualità dell’azione amministrativa molto bassa. Questo è un tema centrale, che ha a che fare anche con questioni come la corruzione, la criminalità, gli sprechi. In questa prospettiva i Patti sono un tentativo di mettere ordine, di individuare priorità, di accelerare i processi. E questo è positivo, com’è positivo anche che si cerchi di creare un quadro di riferimento comune e di riannodare il dialogo tra il centro e i territori”. Che i Patti puntino soprattutto sulla realizzazione di infrastrutture è inevitabile: “Diciamo che le infrastrutture materiali sono la necessità e quelle immateriali l’opportunità”. Il Mezzogiorno ha bisogno di entrambe. Tra le seconde Toma accenna a due filoni: un approccio più moderno al turismo e il rilancio della ricerca collegata alle università. Proprio una recentissima indagine del Censis per la Confcooperative ha messo in luce la fuga dei giovani dalle università del Sud.“Ma ricerca e università sono il motore delle nuove economie ed è da lì che si deve ripartire”, osserva Toma, che avverte: “Le possibilità ci sono, il mio giudizio sulla situazione è meno catastrofista di altri, ma quello che sta passando è l’ultimo treno”. E nessuno si illuda: se il Sud perde il treno, è tutto il Paese che resterà a piedi.

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