La Repubblica compie 70 anni. Un altro referendum in cui “si cambia la Costituzione, non si cambia Costituzione”

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ItaliaDi Stefano De Martis

La Repubblica italiana compie settant’anni. Era il 2 giugno del 1946, infatti, quando si svolse il referendum con cui gli italiani scelsero la forma repubblicana in sostituzione – e in alternativa – alla monarchia. E proprio il 2 giugno venne scelto come data simbolica per la festa della Repubblica. A onor di cronaca c’è stato un lungo periodo – dal 1977 al 2000 – in cui per motivi di austerity la ricorrenza è stata celebrata nella prima domenica di giugno, così da eliminare il giorno festivo. Ma il legame con l’evento del referendum istituzionale non è mai venuto meno.

Settant’anni sono tanti. È un’età in cui si fanno bilanci, in cui è inevitabile verificare lo stato di salute, prendere coscienza con realismo della situazione effettiva, misurare i segni del tempo trascorso.

È un’operazione delicata, da effettuare possibilmente senza schematismi ideologici. Abbiamo provato a compierla con Marco Olivetti, professore ordinario di diritto costituzionale all’università Lumsa di Roma, che nel suo curriculum di studioso e di commentatore dei fenomeni istituzionali annovera anche la partecipazione alla commissione per le riforme nominata nel 2013 dal governo Letta.

“Bisogna innanzitutto sottolineare – esordisce Olivetti – che oggi la forma repubblicana è un dato che nessuno mette in discussione. Può sembrare scontato affermarlo, ma se pensiamo al modo in cui la Repubblica è nata, con un referendum che ha diviso in due il Paese, prenderne atto mi pare doveroso. Ma il 2 giugno 1946 gli italiani, oltre a scegliere tra repubblica e monarchia, elessero anche l’assemblea costituente e anche rispetto alle scelte fondamentali dei costituenti si può dire che nel loro complesso il quadro si è stabilizzato, se lo analizziamo al di fuori del dibattito politico contingente. La nostra Costituzione è una delle più longeve in Europa e forse anche nel mondo. Al tempo stesso, se facciamo un confronto con le altre due Costituzioni europee approvate in quegli anni, vediamo che quella francese del 1946 è stata cambiata appena dodici anni dopo e quella tedesca del 1949, ancora in vigore, è stata aggiornata molte volte. Quindi è inevitabile che nel loro assetto concreto le istituzioni della Repubblica italiana denuncino i segni del passare del tempo”.

Quali sono a suo giudizio gli aspetti ancora validi e quelli che richiedono un aggiornamento?
Non si può separare ciò che ancora regge e ciò che è da aggiornare, perché i pilastri sono buoni ma c’è qualche crepa che tocca aspetti anche importanti. Pensiamo al tipo di bicameralismo che in qualche modo era già vecchio all’epoca dei costituenti. Ma in alcuni casi la necessità di un aggiornamento deriva paradossalmente proprio dal successo delle scelte compiute allora. Penso, ad esempio, alla Corte costituzionale, che ha svolto una funzione di straordinaria importanza, ma che avrebbe bisogno di interventi per rendere più trasparente il processo decisionale (con l’introduzione dell’opinione dissenziente, ormai molto diffusa in Corti straniere di questo tipo) e per consentire il ricorso ad essa delle minoranze parlamentari. O allo stesso ruolo della magistratura, che i costituenti vollero giustamente autonoma e indipendente, e il cui rapporto con la politica meriterebbe ora una riflessione attenta.

Chi ha votato nel 1946 oggi ha superato i novant’anni. Che ne sarà della memoria di quell’evento?
Purtroppo la memoria individuale è intrinsecamente destinata a esaurirsi. Quel che manca davvero è una memoria collettiva. Non c’è un racconto vitale dell’esperienza di quegli anni. Sono un costituzionalista e non un storico, ma a me pare che in questo senso sia stata decisiva la crisi dei partiti negli anni Novanta. Più in generale c’è da valutare il rapporto difficile che abbiamo con la nostra storia civile recente. Tendiamo ad annegarla nella lunga durata.

Sarà un caso, ma mentre i francesi hanno intitolato il loro aeroporto più importante a De Gaulle e gli spagnoli a Suarez, noi abbiamo tirato in campo Leonardo da Vinci.
Questo 2 giugno dei settant’anni dal referendum tra repubblica e monarchia cade in un momento in cui nel Paese è in corso il dibattito sul referendum sulla riforma costituzionale che si terrà in ottobre. Lei si è espresso pubblicamente per il “sì”, ma le chiedo: è possibile arrivare al voto cercando di ragionare sul merito delle questioni o dobbiamo rassegnarci a uno scontro frontale che spacca il Paese in due?
I due referendum sono molto diversi.

Nel caso attuale si tratta di cambiare la Costituzione, non di cambiare Costituzione.

Ma ho capito il senso della sua domanda e allora le rispondo che sarebbe certamente possibile ragionare nel merito perché la drammatizzazione a cui si assiste ha ragioni prevalentemente politiche. Da un lato c’è una parte che sa fare battaglie politiche soltanto gridando allo stravolgimento della Costituzione, invece che legittimamente dissentire dalla riforma che pure presenta elementi criticabili come tutte le riforme di questo genere; dall’altra c’è lo stesso presidente del consiglio che ha trasformato il referendum sulla riforma in un referendum su se stesso.

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