Don Andrea Pacini, la “integrazione positiva” dell’Islam è la grande mission di al-Azhar

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Al AzariDi M. Chiara Biagioni

Interagire con la modernità senza perdere la propria radice religiosa. In una parola: “integrazione positiva”, come via di contrasto alle forme più radicali che stanno purtroppo emergendo all’interno dell’Islam. E’ questa la “mission” del Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb nel suo viaggio in Europa, prima in Italia dove ha incontrato papa Francesco. Poi a Parigi dove ha partecipato al secondo incontro internazionale dal titolo “Oriente e Occidente. Dialoghi di civiltà” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con l’istituzione islamica di al-Azhar e il Muslim Council of Elders. A Parigi l’imam si è recato sul luogo del tragico attentato del 13 novembre, al Bataclan, e ha deposto una corona di fiori leggendo  una preghiera per le vittime. E a Parigi, si è rivolto direttamente ai musulmani in Europa lanciando loro un appello.

“Vorrei rivolgere una parola ai predicatori e agli imam di Europa: è giunto il momento di rinnovare il nostro discorso quando trattiamo di questioni come l’integrazione e la coesistenza positiva”.

“Ricordatevi sempre le nostre regole giurisprudenziali” che affermano che “la Fatwa cambia secondo il tempo, il luogo e le circostanza”. “E’ un appello importante” commenta don Andrea Pacini che dal 2005 è consultore della Commissione per i rapporti religiosi con i musulmani presso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Il concetto chiave: è promuovere una “integrazione positiva” in cui “le persone accolgono e accettano l’ordinamento valoriale delle società di accoglienza esprimendo al loro interno le proprie peculiarità religiose e culturali che obbligatoriamente devono aprirsi a una dimensione dialogica e quindi espresse secondo il contesto”.

A chi si rivolge al Tayyeb?
Si rivolge alla maggior parte delle moschee che da secoli sono portate a sviluppare poco una interpretazione più complessa dei testi coranici e della tradizione per una applicazione letterale. Si sta quindi rivolgendo ad una larga maggioranza di musulmani che intendiamoci bene, non sono fondamentalisti però sono culturalmente posizionati su posizioni tradizionali che danno poco possibilità di interagire sul piano religioso ed intellettuale con una società diversa come quella europea rispetto a quella che hanno lasciato nei loro paesi di origine.

E’ la sfida del mondo musulmano oggi: interagire con la modernità senza perdere la propria radice religiosa. Secondo al Tayyeb questo si può fare se si valorizza la portata universale che l’Islam ha in sé.

In che senso?
Per impedire che le identità culturali si sviluppino in maniera aggressiva e auto-referenziale, è importante che ciascuna cultura religiosa esprima la propria universalità, nella convinzione che attraverso l’espressione di valori universali di cui ciascuna cultura religiosa è portatrice, si possano creare ponti con le altre.

Ma un Islam europeo esiste?
L’islam europeo è una categoria molto teorica. Esiste perché i musulmani in Europa ci sono. Esiste perché al loro interno ci sono una varietà di correnti. Ma il mondo delle moschee di fatto che non coincide con i musulmani in quanto tali, è un mondo in cui le espressioni tradizionali sono prevalenti. Legati anche a movimenti come i Fratelli Musulmani che hanno un’ottima rete in Europa. Se uno vuole trovare espressioni più riformiste, le trova al di fuori nel mondo delle moschee. Nelle istituzioni di ricerca e quindi nel mondo intellettuale.

Qual è l’obiettivo di al Tayyeb?
Lui ha a cuore una grande questione e cioè il fatto di prendere posizione rispetto ad una deriva che l’Islam sta assumendo troppo di frequente su posizioni di violenza, intolleranza, incapacità di convivere con gli altri. Sta perorando una causa ideale ma anche molto concreta e cioè far sì che i movimenti più radicali dal punto di vita politico e religioso non abbiano la meglio ma siano contrastati in maniera feconda da nuovi processi culturali che si devono però mettere in atto.

Ce la farà?
Non sono un indovino.

E’ probabile di sì. Ma sono processi di lunga durata.

Io dico: è molto significativo che sia l’imam di al-Azhar ad aprire queste piste non solo perché simbolicamente ha un ruolo importante ma perché concretamente, essendo a capo di una università che ha una grande articolazioni di relazioni con le scuole superiori, potrebbe davvero innescare processi e avere un impatto diretto sui processi educativi in ambito musulmano.

Sarà un percorso lungo.
Certo, lo sono tutti i processi culturali.

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