Lo scienziato Pierluigi Luisi: “Il pianeta Terra sta male e c’è poco tempo per salvarlo”

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LuisiDi Maria Chiara Biagioni

Lo stato di salute del pianeta Terra sta peggiorando in modo irreversibile. E se alle origini della sua rovina c’è l’uomo, dovrà essere l’uomo la chiave del cambiamento. Pierluigi Luisi è uno scienziato italiano che ha dedicato la vita alla ricerca sulle origini della vita, inseguendo il sogno di riavvolgere, attraverso lo studio dell’evoluzione prebiotica e dei meccanismi di formazione delle prime strutture vitali, la narrazione di un tempo lungo oltre tre miliardi e mezzo di anni, dagli albori delle cellule primordiali fino alla ricchezza della biodiversità. Un cammino costellato di domande filosofiche che lo ha portato a promuovere la Settimana internazionale di Cortona dove si mettono a confronto sui grandi temi della vita studiosi di diverse discipline e a partecipare più volte come relatore ai simposi di “Mind and Life” fondati dal suo collega Francisco Varela, in cui ogni due anni il Dalai Lama si confronta con scienziati occidentali sul tema della mente umana e sulla relazione tra scienza e meditazione buddista.

Pierluigi Luisi è stato ospite a Roma di una giornata una giornata d’incontro interreligioso dal titolo “Quale futuro per la casa comune?”, promossa dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, dall’Unione buddhista italiana e dall’Unione induista italiana. La sua analisi è drastica:

“lo stato di salute del pianeta sta peggiorando in modo irreversibile. Questo significa che i ghiacciai che si sono sciolti, non si riformeranno più e che non c’è speranza di tornare indietro verso migliori condizioni”.

La prospettiva è tragica: “si va verso la scomparsa dell’uomo”. E ci si arriverà quando la temperatura del globo aumenterà di 5 gradi nel giro di 50, 60 anni e i livelli dell’acqua si innalzeranno da 2 a 4 metri finché i continenti verranno spazzati via e ci sarà una tale quantità di CO2 nell’aria che non sarà più possibile respirare. Il processo – fa notare lo scienziato – è già in atto: “molti bambini a Pechino non hanno mai visto il cielo perché vivono sotto una coltre di inquinamento e milioni di bambini soprattutto in Asia vanno in giro con le mascherine al volto.

“Purtroppo se non si cambia in modo drastico qualcosa, vedo un futuro dove tutti i bambini non vedranno mai il sole e andranno a scuola con le mascherine. Uno scenario che, spero, non si avvererà ma che vedo come una triste e tragica possibilità”.

Il 22 aprile scorso, 175 leader mondiali si sono riuniti presso la sede delle Nazioni Unite per ratificare quanto stabilito lo scorso anno a Parigi alla Cop21 dove fu siglato un accordo che punta essenzialmente a limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 gradi Celsius e ad adoperarsi per non superare  1,5 gradi.

Era il meglio che potevano fare dal punto di vista politico”, commenta Luisi che però aggiunge subito: “La questione è capire se ci è rimasto tempo.

“Un Accordo del genere avrebbero dovuto siglarlo almeno 30 anni fa. Adesso è troppo tardi. Ora è una corsa contro il tempo perché prima che le macchine della politica e dell’economia si mettano in moto per ridurre il consumo dei combustibili fossili, ci vorrà tempo e la domanda è se lo abbiamo. E’ un interrogativo al quale nessuno oggi può dare una risposta. Siamo di fronte ad una crisi molto importante”.

La via di uscita? E’ l’uomo stesso. E lo sarà per almeno due motivi. Il primo è la sua “grandissima capacità di adattamento” che lo condurrà nel tempo a vivere “in un ambiente sempre più povero e meno ricco di biodiversità e buona aria”. “Secondo me – dice lo scienziato – questo è il punto principale su cui ci si muoverà per i prossimi decenni e secoli: l’umanità vivrà in un rapporto costante tra peggioramento del sistema ambientale che non si può purtroppo arrestare, e adattamento dell’uomo”. Ma c’è un secondo motivo che spinge la scienza oggi a sperare ancora nell’uomo: è la sua intelligenza e quindi la capacità di riconoscere le proprie responsabilità di inquinamento irreversibile con la conseguente possibilità di

“fermare la macchina che lui stesso ha azionato e lo ha travolto”.

In questo processo di consapevolezza, le tradizioni religiose e spirituali possono svolgere un ruolo essenziale perché diffondono un concetto-chiave che le attraversa tutte: “l’amore come rispetto per la natura e per il prossimo e i problemi di cui stiamo discutendo oggi – rileva lo scienziato – sono causati dal desiderio di avere di più”, da una mentalità del consumo promossa dalle grandi potenze multinazionali. Il professore racconta l’ultima conferenza del Dalai Lama a cui ha partecipato nel sud dell’India e “la sintonia tra lui e Papa Francesco è straordinaria”. Un incontro tra queste due personalità è ancora lontano nel tempo a causa della questione cinese. “Papa Francesco – aggiunge – è una delle voci nel mondo che può fare qualcosa per smuovere i potenti della terra” e “la sua voce deve unirsi a quella dei leader religiosi, tutte le religioni insieme per dire al mondo una parola comune”.

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