Il martirio di Massimiliano Kolbe, apoteosi di un cammino di carità

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KolbeZenit, di Raffale Di Murro

Nel 75° anniversario del martirio di p. Massimiliano Maria Kolbe, la Cattedra kolbiana della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” ha riflettuto sul valore del sacrificio di sangueIl martirio non si improvvisa! Esso è il frutto di un preciso percorso di fede, che nasce da una chiamata di Dio ad offrire la propria testimonianza fino alle conseguenze estreme. È quanto si verifica nell’esperienza di Massimiliano Kolbe, francescano polacco e martire di Auschwitz. Il  gesto di sostituirsi ad un padre di famiglia nella terribile cella della morte ha reso notissima questa figura in tutta la Chiesa e nel mondo.

A nostro avviso le due dimensioni che «svettano» nella testimonianza offerta da Kolbe sono la fedeltà alla vocazione, la capacità di affidarsi e di attestarsi come maestro spirituale nel martirio. L’atteggiamento costante di Kolbe è quello di compiere la volontà divina, accogliendo ogni situazione di contrarietà, per conferire a ciascuna vicenda un valore legato alla sua santificazione ed al compimento del progetto dell’Altissimo. Da ciò nasce la perseveranza del martire polacco ad accogliere ogni evento doloroso, interpretandolo nell’ottica della sua chiamata alla vita francescana, al sacerdozio e al martirio. Non si abbatte e cerca, comunque, di valorizzare al massimo i talenti donatigli da Dio, espressione della sua vocazione che cerca di compiere ad ogni costo.

Circa l’affidamento, va detto che Massimiliano esorta a valorizzare il culto mariano proprio in questa prospettiva. Nei numerosi tempi di prova il santo, attraverso l’Immacolata, trova nell’abbandono in Dio la chiave di volta per rendere questi momenti apportatori di crescita interiore e missionaria. Nella malattia, nella persecuzione e nel campo di concentramento il martire francescano dimostra forza e coraggio, in virtù del sereno lasciarsi condurre dalla Madonna: ciò gli permette di superare ogni fatica e raggiungere una costante trasformazione interiore.

Il frate è talmente immerso nel progetto missionario affidatogli dal Signore ed è così convinto della costante intercessione dell’Immacolata che non si scoraggia al cospetto di evidenti problemi fisici: sa che, malgrado questi ostacoli, la forza conferitagli da Dio è tale da permettergli di superare ogni genere di difficoltà. P. Kolbe aiuta il credente di oggi ad affrontare con successo lo scoraggiamento e a perseverare nel cammino di fede e nel proprio percorso missionario. Da Dio proviene ogni vocazione, nonché la forza di portarla fruttuosamente a compimento.

Infatti, a Cracovia, nel 1922, dopo essersi rivolto alla Madre di Dio in una situazione particolarmente difficile finanziariamente per la stampa del primo numero del Cavaliere dell’Immacolata, trova in una busta il denaro utile alla causa proprio sull’altare dedicato alla Vergine. Il frate porta al suo superiore il contenuto del plico, che viene utilizzato per la diffusione del periodico mariano.

È il miracolo dell’affidamento, che si ripete in ogni situazione di sofferenza del santo, il quale, in questo modo, riesce a portare in pace la sua croce personale. Anche in prossimità del suo arresto, quando si trova nella Città dell’Immacolata polacca, infonde nei confratelli la calma e la pace indispensabili per affrontare il tempo della persecuzione nazista. Egli è consapevole del rischio di essere arrestato e deportato, tuttavia continua a confidare nella protezione dell’Immacolata, trasmettendo tanto coraggio anche agli altri frati.

Questa stessa dinamica si realizza quando in Polonia riesce, con sola forza dell’affidamento, a ricevere in omaggio il terreno sul quale sarebbe sorta la Città dell’Immacolata. Il proprietario, il conte Drucki-Lubecki, rimane incantato dalla semplicità e dallo sconfinato abbandono del santo e, dopo alcune titubanze iniziali, concede il suolo per la grande opera missionaria kolbiana, tra lo sbigottimento di tutti i confratelli, che mai avrebbero immaginato un miracolo di generosità e di provvidenza di tale portata. Solo Massimiliano sembra per nulla sorpreso da questi incredibili eventi.

L’affidamento è alla base della fortezza palesata in ogni circostanza. Egli volentieri rinuncia a se stesso, non tenendo in conto le considerazioni e le aspettative umane. Le difficoltà non lo preoccupano, perché sa che la Vergine non gli farà mancare il suo materno sostegno e che la grazia del Signore lo aiuterà nella difficoltà. Infatti, un confratello rivela che «non si tirava mai indietro di fronte alle difficoltà che si presentavano, ma procedeva con perseveranza verso lo scopo prefisso, confidando nell’intervento dell’Immacolata.».

La certezza di non essere solo, ma sempre supportato dall’amore divino, gli permette di testimoniare con forza la fede mediante le virtù della perseveranza e della forza interiore, tratti questi che affascinano i suoi interlocutori. Tale atteggiamento ha molto da dire al credente di oggi, il quale, con il medesimo affidamento, può involarsi sicuro verso grandi vette dell’apostolato e verso l’accoglienza di eventi particolarmente dolorosi. L’affidarsi va ad alimentare il coraggio. S. Massimiliano ne dimostra tanto. Esso va inteso come determinazione nel proporre sempre nuove vie nella predicazione del Vangelo, superando ogni genere di prova. E’ un vero innovatore!

Ciò è dimostrato dalle novità introdotte nelle sue scelte apostoliche: come, ad esempio, l’uso della stampa, della radio, della televisione. È coraggioso nel fondare nuove missioni in paesi impegnativi, con una scelta di inculturazione forte, di apertura alla diversità dei luoghi e delle persone che incontra. Dimostra coraggio vivendo il Vangelo nel campo di concentramento di Auschwitz, in tutta fedeltà alla Parola del Signore, comportamento che costituisce una fervida testimonianza cristiana. Egli è mosso da un’ardente ed eroica carità, espressa particolarmente al cospetto dei prigionieri e dei militari, un modo di agire ancora oggi fonte di ispirazione soprattutto per le nuove generazioni.

Tutto ciò costituisce un vero e proprio miracolo, se consideriamo le difficili situazioni fisiche ed ambientali. Inoltre, occorre coraggio ad organizzarsi straordinariamente per guidare una comunità di quasi mille soggetti, all’interno della quale Kolbe riesce anche ad armonizzare le diverse identità di ciascuno e a valorizzare nello spirito la parabola dei talenti. E’ attento alle necessità di tutti, attraverso un dialogo sereno, costruttivo e carico di comprensione.

Nell’esperienza spirituale di S. Massimiliano il frutto più significativo ed evidente del suo costante e convinto porsi nella mani dell’Immacolata è rappresentato dal modo sereno con cui affronta la morte e dalla pace che infonde negli altri nove condannati e reclusi nel bunker della fame e della sete. A tal proposito un testimone racconta che nella cella della disperazione si odono canti alla Madonna.

Le guardie rimangono sorprese, perché da quel luogo sono solite ascoltare imprecazioni e bestemmie. Dopo molti giorni di prigionia e di digiuno solo Massimiliano rimane in vita, al punto che c’è bisogno di un’iniezione letale per sopprimerlo. Chi è presente alla esecuzione testimonia i tratti sereni del suo volto, che incanta e sorprende i suoi uccisori. E’ lui stesso, prima di addormentarsi, ad abbandonarsi tra le braccia della sua Mamma celeste, Colei alla quale ha affidato, ormai, da sempre, le chiavi del suo cuore.

È la vittoria dell’amore! Si tratta di un vero e proprio miracolo, perché l’offerta generosa, pacifica ed esemplare del frate polacco avviene in un posto terribile, ordinariamente terra di odio e di cattiveria.  Questo prodigio di carità è possibile quando il credente si lascia guidare ed illuminare dall’esempio, dalla protezione e dalla benevolenza di Maria. A questo genere di atti eroici porta il quotidiano lasciarsi condurre dalla Madre di Dio. Massimiliano fa dell’offerta quotidiana l’espressione di un martirio ordinario, che lo rende sempre più perfetto, unitamente ai suoi fratelli, nel donarsi generosamente a Dio per le mani dell’Immacolata.

Kolbe, infine, si attesta come «caposcuola» e maestro nel martirio. Ricordiamo che tra i martiri polacchi di Auschwitz sono annoverati quattro confratelli del santo, tutti suoi compagni di viaggio nella Città dell’Immacolata. Si tratta di fra Antonin Bajewski (1915-1941),fra’ Pius Bartosik (1909 -1941), fra’ Tymoteusz Trojanowski (1908 -1942) e fra’Bonifacy Żukowski (1913-1942). Essi si formano alla scuola del Kolbe, accogliendo con una notevole capacità di abbandono in Dio e di affidamento all’Immacolata, quanto sperimentato e insegnato dal confratello più illustre. Inoltre, la Chiesa ha di recente beatificato due martiri polacchi in Perù, la cui vocazione alla vita consacrata francescana e al martirio nasce proprio dall’esempio di S. Massimiliano: si tratta di Miguel Tomaszek (1960-1991) e Zbigniew Strzalkowski (1958-1991), uccisi dal gruppo rivoluzionario Sendero Luminoso e proclamati beati il 5 dicembre scorso.

La testimonianza di questi frati francescani ha nell’esempio del Kolbe la sua radice, per cui egli, a giusto titolo, può essere ritenuto il maestro di una scuola martiriale da lui stesso inaugurata.

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