L’incredibile vicenda di Roland

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rifiugiatoDi Patrizia Caiffa

Un operatore sociale di Caritas Algeria è venuto in Italia facendo il viaggio su un barcone dalla Libia a Lampedusa. Ora è richiedente asilo, accolto in una struttura Sprar gestita da una cooperativa legata alla Caritas di Biella. Ed è anche presidente dell’associazione di migranti “Migr’action” (“migranti in azione”) nata due mesi fa per animare il territorio e sensibilizzare i giovani nei Paesi africani sui pericoli del viaggio. E’ l’incredibile storia di Roland Albert Djomeni, 34 anni, del Camerun, che racconta con commozione, con infiniti dettagli, i motivi che l’hanno spinto ad affrontare, l’autunno scorso, un durissimo viaggio attraverso la Libia e poi su un vecchio gommone che faceva acqua nel Mediterraneo. Insieme ad altri 130 migranti si sono salvati per miracolo grazie ai soccorsi di una nave militare inglese. Ma Roland ha rischiato di morire più volte: l’altro momento terribile è stato alla frontiera tra Tunisia e Libia, quando in una notte atroce è stato picchiato e torturato solo perché aveva al collo un crocifisso ed in tasca una Bibbia.

Costretto a partire dal Camerun. Nella sua città, Yaoundé, Roland lavorava come operatore sociale in un’associazione a sostegno di donne malate di Aids. Il target dei destinatari raggiungeva anche uomini che si prostituivano, in un contesto sociale e storico molto difficile. Era il 2005, il tema dell’omosessualità era molto delicato e oggetto di aspri scontri. Verso la fine dell’anno il vescovo di Yaoundé Victor Tonye Bakot – poi dimessosi nel 2013  – fece una omelia molto aspra contro i gay. L’anno successivo, racconta Roland, “ne conseguì un’ondata di scontri, violenze, repressione, perfino omicidi”.  Lavorando in quell’ambito ne era in qualche modo coinvolto, per cui nel settembre 2007 fu costretto a partire definitivamente verso nord. Durante un viaggio durato anni, “è tutta una serie di prove. Bisogna pagare di continuo i passeurs, gli autisti, i poliziotti corrotti. Ti rubano tutto, ti picchiano: per un uomo è penoso; per una donna è un inferno”. La stima finale di quanto dato ai trafficanti si aggira intorno ai 4.000 euro. Ad Agadez (Niger), ad esempio, “è un caos totale”: “Lì ci sono migranti bloccati per anni. Le donne vengono violentate”. “Fortunatamente – aggiunge – lungo il percorso, ci sono degli spazi di accoglienza gestiti dalle Chiese locali”. Roland riuscì ad arrivare in Mali, dove venne adottato da una famiglia, ottenendo un passaporto maliano. Poi a lavorare nella città algerina di Tamanrasset, nell’edilizia. Infine nel 2010 arrivò ad Orano, dove la Caritas algerina sfruttò le sue competenze di operatore sociale per gestire lo spazio di accoglienza per i migranti. Qui trascorse 18 mesi, collaborando come volontario anche con altre organizzazioni, e viaggiando come referente immigrazione in diversi Paesi del Maghreb.

Picchiato per un crocifisso e una Bibbia. “Finché ho fatto un errore – confida -: un’associazione locale molto politicizzata, attenzionata dalle autorità, mi ha invitato ad un incontro. Le foto dell’evento sono state pubblicate sulla pagina Facebook. Io avevo deciso di tornare in Camerun, ma il console si è accorto che ero in Algeria e non mi ha dato il visto. Negli stessi giorni un amico mi ha chiamato dall’Italia dicendomi che era passato dalla Libia, consigliandomi di fare lo stesso: ho deciso di partire, ma non avrei mai immaginato quanto sarebbe stata difficile”. Roland prese un aereo da Algeri a Tunisi nel settembre 2015 e poi la rotta dei migranti verso la Libia, gestita da una rete di faccendieri locali, conniventi con militari e ribelli libici. Li hanno trasportati all’ex campo profughi di Choucha in Tunisia, al confine libico, dove hanno trascorso una decina di giorni, in attesa di passare la frontiera. I militari li hanno perquisiti, prendendosi tutto, anche il telefonino. E lì ha subìto uno dei momenti più duri di tutto il viaggio. “Un ivoriano, vestito in abiti musulmani, si è accorto che avevo al collo un crocifisso e in tasca una Bibbia. Non avrei mai immaginato di avere problemi in Tunisia – racconta -. Erano le due di  notte, intorno c’erano decine di uomini armati, con i cani. Mi hanno picchiato, gettato in un fiume e poi sepolto fino a metà corpo nella sabbia, per prendersi gioco di me. Ho pensato di morire. E’ stato l’inizio di un incubo”. Roland sopravvive ma finisce con altri 3.000 migranti in una delle tante case che i trafficanti usano per far sostare i migranti in attesa della partenza via mare. “Siamo stati lì un mese e mezzo – prosegue -. Ci davano da mangiare solo una galletta con formaggio al giorno. Per le donne era terribile: la sera venivano a prenderle per soddisfare gli uomini”.

“Stanotte c’è un viaggio”. Infine, per vie traverse, arrivò la notizia attesa: “Stanotte c’è un viaggio”. Con la complicità di un ufficiale dell’esercito libico, vennero portati all’imbarco. La tariffa: 700 euro le donne, 800 gli uomini. 25 euro il giubbotto salvagente, 50 euro in più per un posto migliore sul gommone. “Sono partiti quattro gommoni, nel mio eravamo 130 persone: camerunesi, siriani, tunisini, gambiani, maliani, nigeriani. Quando si parte, in piena notte, non ci si rende conto dei rischi. Ma con l’alba arriva il panico – dice -. I bambini piangono, la gente urla, le donne si sentono male, non c’è acqua da bere, non ci si può muovere e le gambe si atrofizzano. Nella barca entrava acqua. Siamo stati due giorni in mare, e sono ancora traumatizzato. Finché una nave militare inglese ci ha salvato e ci ha portato a Lampedusa”. In Italia Roland ha potuto finalmente chiamare il direttore della Caritas di Biella, che aveva conosciuto in un evento Caritas, ed è stato accolto in un centro per richiedenti asilo. “E’ un bravo ragazzo ed è molto in gamba – spiega Daniele Albanese, di Caritas Biella -. A marzo lo abbiamo aiutato a fondare l’associazione Migr’action che riunisce 50 migranti. Vogliamo che si autopromuovano, quindi li sosterremo in punta di piedi”. Ogni domenica l’associazione organizza tornei di calcio tra richiedenti asilo nella parrocchia San Biagio. Il sogno di Ronald, in aggiunta alle attività in Italia, risente dell’odissea passata: “Vorrei fare un lavoro di prevenzione nelle scuole africane per informare sui pericoli del viaggio”.

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