I ragazzi non vogliono smettere di sognare

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MisercordiaDi Daniele Rocchi

Un foglietto, un ragazzo. Ne sono passati decine di migliaia da venerdì 22 a oggi nelle sette Tende della misericordia, allestite in altrettante piazze storiche di Roma, ognuna delle quali dedicata a un’opera di misericordia. Un pellegrinaggio colorato, a tratti chiassoso come solo i ragazzi sanno fare, ma al tempo stesso silenzioso quando c’erano da ascoltare le testimonianze e le catechesi per conoscere le opere di misericordia e capire come concretizzarle nella propria vita. E lo hanno scritto lasciando le loro tracce di vita vissuta. Il Giubileo dei ragazzi, voluto da Papa Francesco – una novità assoluta negli appuntamenti giubilari – è stato lo specchio in cui i 70mila partecipanti hanno messo a nudo sogni, problemi, attese e sofferenze, scaricando per un attimo i loro pesi. Con le domande di sempre di ogni adolescente: “Chi sono veramente? Chi devo essere?”. “Abbiamo letto tante belle testimonianze – racconta don Calogero Manganello, vice responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, l’Ufficio della Cei cui era delegata l’organizzazione di questo appuntamento – nei post-it i ragazzi hanno scritto quando sono stati oggetto di misericordia e quando sono stati misericordiosi nei confronti di altri.

Purtroppo nessuno li aiuta a leggere la vita in chiave di misericordia”.

Sete di ascolto. Visitando le Tende questi ragazzi hanno raccontato il loro essere più profondo. Come quando, nella tenda “Seppellire i morti”, si sono trovati a parlare della morte di una persona cara: “Quando è morto mio padre ho ritrovato Dio”, “Quando è morta mia nonna ho potuto vedere la misericordia di Dio nell’unione della mia famiglia che mi è sembrato avesse un legame molto forte…”, “quando è morto un mio amico ci siamo ritrovati tutti a pregare per lui”. Pochi cenni alla disperazione.

Su tutti un sentimento affidato a uno di questi quadratini gialli, seminascosto, scovato quasi per caso: “Arriverà la fine, ma non sarà la fine”.

Nella tenda “Visitare i carcerati” un testimone della Caritas di Roma racconta il suo servizio con i detenuti di Regina Coeli. Ma ci sono anche ragazzi che vivono in una prigione, senza sbarre ma non meno chiusa: quella creata da pesi che opprimono. “Vorrei riuscire ad uscire dalla prigione perché mi distrugge ogni giorno di più. Vorrei avere la forza di parlarne con qualcuno”. “Vorrei rendermi libera dalla mia prigione: ciò che pensa la gente di me”.

“Vorrei che il peso che mi porto dentro non dovesse essere un segreto. Penso che in questo modo mi sentirei davvero libera e felice”.

L’attesa ripagata di una persona che ha teso la sua mano per aiutare si ritrova in questo semplice tratto, trovato nella tenda “Alloggiare i pellegrini” ovvero “Consolare gli afflitti”: “C’è stato un periodo in cui non facevo altro che piangere, ma grazie a una persona cara mi è tornato il sorriso”.

I ragazzi che hanno “sete di essere ascoltati” sono tanti.

Ricevere e dare misericordia. La sensibilità degli adolescenti emerge forte: “Ho dato una moneta a uno per strada e mi ha ricambiato con un sorriso immenso”, “ho giocato con mia sorella che di solito gioca da sola”, “tutte le volte che mi chiedono l’elemosina o da mangiare…”.

Tanti i post che raccontano scene quotidiane di prepotenze, abusi e violenze: “Ti prego, Signore, ferma le prese in giro e le molestie…”, “un giorno ho protetto una mia amica da alcuni bulli…”, “ho incoraggiato una mia compagna a sentirsi a suo agio anche in mezzo a persone che non l’apprezzano quanto merita”. Le opere di misericordia trovano vita in ragazzi desiderosi di assumersi piccole e grandi responsabilità: “Mi impegno a non prendere in giro o nel caso contrario a difenderli”, “mi impegnerò a tacere per ascoltare l’altro”, per arrivare a un altrettanto significativo: “Mi impegno a non iniziare a fumare”. “Vestire gli ignudi” per un ragazzo non vuol dire solo donare abiti più o meno nuovi ma “vestire gli altri con il mio perdono”.

Sette Tende, sette opere di misericordia corporale riassunte tutte in questo post: “Vietato smettere di sognare”.

Tenere alta la testa. “Questi messaggi – riconosce don Manganello – ci invitano come Chiesa a prenderci cura dei ragazzi con più coscienza. Il Papa li ha esortati ad alzarsi. Un incoraggiamento che li ha elettrizzati. Tocca a noi non disperdere questa carica”. “Sono ragazzi che hanno tantissimo da dare – gli fa eco Paolo Ferrari, coordinatore delle attività all’interno delle Tende – a volte ci lamentiamo di loro ma hanno dentro qualcosa di magnifico. Bisogna aiutarli a esprimerlo.

Quello che hanno scritto nei post-it lascia intendere che sono molto più forti di quel che noi pensiamo.

Come genitori, poi, tendiamo a proteggerli. A volte pare che non ci ascoltino e invece nei loro discorsi ritroviamo delle parole che in un modo e nell’altro sono comunque passate. I nostri ragazzi respirano il clima delle famiglie.

Dobbiamo aiutarli ad avere uno sguardo gioioso verso la vita e a tenere alta la testa”.

Il vento tira ancora forte e gelido. Si stacca un biglietto. Sopra c’è scritto: “Pazzesco e entusiasmante” siglato da uno “smile”. È lo stesso sorriso che si legge nel volto dei ragazzi che zaino in spalla ritornano a casa…

 

 

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