Padula (Aiart): “Un grande progetto formativo di rieducazione alla visione”

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personeDi Riccardo Benotti

“È necessario creare le premesse per la tutela dell’utente mediale. L’idea di telespettatore, che rimanda all’identità della nostra associazione, è ormai riduttiva. Lo spettatore è colui che aspetta, ma lo scenario dei media è cambiato radicalmente rispetto al passato”. Docente di comunicazione alla Lateranense, dove coordina anche il Centro Alti Studi, Massimiliano Padula è il nuovo presidente dell’Aiart (Associazione spettatori onlus): “Oggi le persone non sono passive davanti ai contenuti ma creano percorsi di fruizione personale, itinerante e crossmediale. Rieducare l’utente alla visione diventa allora un impegno primario”. Trentotto anni, Padula immagina i primi passi che l’associazione deve compiere.

Se la definizione di “spettatore” è superata, cambierà anche la denominazione dell’Aiart?
Le telefonate di protesta che ci arrivano sono sempre meno. Da una parte è riconducibile alla crisi e alla stanchezza generale ma, dall’altra, bisogna considerare che le persone hanno a disposizione più prodotti mediatici e quindi possono evitare quelli che non piacciono. A me non entusiasma il termine “utente”, che ha un senso burocratico. Ma “spettatore” è certamente limitante. Ci sarà una riflessione all’interno dell’associazione.

shift_to_ip“Educare. Formare. Tutelare. Costruire reti e ponti. Sollecitare il senso critico. Difendere i minori”. Sono alcuni degli impegni che ha assunto quando è stato chiamato alla guida dell’Aiart. È un programma impegnativo?
Il digitale è ormai parte innervante nell’esistenza delle persone. Sono cambiati i codici con i quali percepire e interpretare la realtà, i tempi e gli spazi, le modalità di fruizione.

Si è passati da una ricezione tradizionale, in cui la tv era seguita in modo statico e stanziale, a una personale che si caratterizza per la gestione autonoma e creativa dei contenuti su dispositivi mobili in modalità dinamica e nomade. Tutto ciò implica la necessità di riabituarsi a un nuovo tipo di fruizione.

Lei parla di un “grande progetto formativo” di “rieducazione alla visione” che abbraccerà i soci Aiart ma non solo.
Pensiamo a un percorso formativo non di tipo classico. Non dobbiamo più educare alla visione, dicendo cosa è giusto e cosa è sbagliato guardare, ma fornire quegli strumenti necessari per decodificare la realtà mediale contemporanea. Inizieremo con una giornata di aggiornamento dopo l’estate, che vedrà coinvolti gli associati e un gruppo ristretto di persone interessate. L’approccio sarà dinamico e in stile cooperative learning, si parlerà delle tecniche di creazione di contenuti sul web, dei software di facile utilizzo e dei social network come canali di visione. Vorremmo promuovere la “formazione dei formatori”, ovvero degli operatori che si trovano sul territorio. È un progetto ambizioso, anche tenendo conto dell’età media degli associati.

C’è una crisi della partecipazione? È difficile trovare persone che si impegnino nell’associazionismo e nel volontariato?
Non è semplice. L’età è sintomatica: i nostri soci sono soprattutto persone in pensione, con più tempo libero a disposizione.

Vorrei che l’Aiart si svecchiasse, non soltanto dal punto di vista anagrafico, ma dei comportamenti e delle percezioni. Sennò andremo verso l’estinzione.

Ci sarà un’attenzione maggiore alle nuove tecnologie? Anche il sito dell’Aiart sarà ripensato?
Il sito è un grande contenitore aggiornato quotidianamente. Mi piacerebbe che fosse più snello: un piccolo portale informativo e crossmediale, in cui possano convivere diversi linguaggi e sia facilitato il rapporto con i social.

Cambierà anche la presenza dell’Aiart sui media?
A volte si corre il rischio di essere ridotti a posizioni stereotipate. Non è facile uscirne. Se l’Aiart non risponde come ci si aspetta, può cadere nel dimenticatoio. Per questo motivo, la presenza sui media sarà calibrata e cercheremo di essere “portatori di sfumature”, criticando, portando alla luce il discutibile ma provando a spiegare anche il perché delle nostre perplessità.

Dobbiamo fare proposte, e non solo proteste, per mostrare quanto di buono e di positivo i media possono diffondere.

Perché c’è bisogno di un’associazione di spettatori cattolici?
L’angolazione di senso che un cattolico preparato può avere, è un valore aggiunto in qualsiasi ambito: dai media alla politica, dalla scuola alla famiglia. Non significa ghettizzarsi e omologarsi, ma interagire con gli altri a partire dalla propria identità.

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