Caritas diocesane: mons. Galantino, “accogliere i profughi è atto di restituzione”

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GalantinoLa caritas italiana sta vivendo il 38 convegno nazionale.
All’inizio dei lavori il presidente, cardinale Francesco Montenegro, ha ricordato che la chiesa è carità più che colei che fa la carità. Una carità di popolo che va al di là del dare da bere o da mangiare – questo è valido per tutti- per arrivare a riconoscere in chi ha sete o fame lo stesso Cristo.
Le opere di misericordia partono dall’assunto che nei poveri c’è la carne di Cristo ed é questo chinarsi sulle ferite dei poveri che fa scoprire all’altro la misericordia del Padre. Ha ribadito anche che la prima preoccupazione non deve essere quella dei poveri ma delle comunità cristiane perché non si pensi ancora che la carità si possa delegare. Chi delegherebbe qualcuno ad amare la propria sposa o il proprio figlio! La carità non si può delegare a nessuno. Essa non è il gingillo che qualcuno mette sulla giacca ma la tuta che tutti sono chiamati ad indossare ogni giorno sporcandosi nel lavoro per gli altri. Ha concluso affermando che la carità è abitare nel cuore degli altri, è fare abitare gli altri nel proprio cuore, è casa. Citando infine la famosa preghiera di don Tonino Bello ha detto che i poveri sono coloro che ci prestano la loro ala per volare alto. Nel secondo intervento introduttivo Mons. Galantino, segretario della CEI, tra le altre cose, prendendo lo spunto da un’espressione di papa Benedetto XVI in cui si afferma che la Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione, ha ricordato che questa è esercitata da uno stile. Da qui l’invito a ripensare il nostro stile di Chiesa per agire come Gesù. È l’unica strada per recuperare credibilità. Si è poi soffermato sull’inclusione dei poveri, non una tra le tante possibili opzioni pastorali, come afferma l’Evangelii Gaudium, ma frutto di indicazioni precise della Parola di Dio. Questo comporta il tornare alla logica del Vangelo che è logica dell’incontro : fuggire gli altri, negarsi alla relazione con i poveri, sono modi attraverso cui si vive una vita più comoda ma non evangelica ( cfr EG 272). È chiaro che questo assumere il punto di vista dei poveri, in vista della loro inclusione, vuol dire prima di tutto ridefinirsi chiesa povera. Vescovi come mons. Camara e mons. Romero si dicono convertiti dai poveri, dal popolo.

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