Da un referendum a un altro referendum

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TrivelleDi Domenico delle Foglie

Dal referendum abrogativo di primavera sulle trivelle a quello confermativo di autunno sulla riforma costituzionale, passando per le elezioni amministrative di giugno. Questa la road map della politica italiana che ha archiviato la vicenda referendaria con soli tre cittadini su dieci che si sono recati alle urne per esprimere il proprio “sì” o il proprio “no”. La netta prevalenza dei “si” segnala, comunque, una sensibilità ambientale di cui chi governa non può non tener conto per le grandi scelte che si profilano all’orizzonte. E in particolare la possibilità di fare dell’Italia il paese leader in Europa nel settore delle energie rinnovabili, così come ha promesso il presidente del Consiglio Matteo Renzi, subito dopo la chiusura delle urne.
Ma sarebbe da sciocchi non calcolare gli effetti collaterali di questo voto, o meglio di un’altra esibizione muscolare del partito dell’astensione, in un Paese che di elezione in elezione vede ingrossare l’esercito di chi rinuncia a scegliere per via democratica chi debba governare oppure respinge mediante il non voto la possibilità di esercitare in forma diretta una scelta in grado di cambiare il corso di una legge attraverso appunto lo strumento referendario.

E’ un processo pressoché irreversibile che forse registrerà una battuta d’arresto se la riforma costituzionale sarà approvata.

E cioè se verrà accolta la riforma dello strumento referendario prevista dal ddl Boschi. Ricordiamo infatti la previsione di referendum popolari propositivi e d’indirizzo che costituiscono, oggettivamente, una novità assoluta per il nostro ordinamento, ma che richiederanno l’approvazione di un’apposita legge costituzionale. A rendere poi i referendum abrogativi più efficaci è prevista l’introduzione di un quorum ridotto rispetto a quello attuale del 50% più uno degli aventi diritto. Si prevede, infatti, che il quorum venga calcolato sulla base della maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera. Infine, cosa non da poco, vengono innalzate a 800mila le firme necessarie per promuovere il referendum abrogativo, rispetto alle attuali 500mila. Un aspetto non secondario, che oggettivamente renderà più difficile la promozione di referendum abrogativi.
Ma veniamo alle partite politiche da giocare.

La domenica sera, ad urne chiuse, Renzi ha voluto segnare subito il punto a suo favore, sintetizzabile nell’affermazione che non hanno perso i cittadini che hanno votato, bensì “quei pochi consiglieri regionali e qualche presidente di Regione che hanno cavalcato questo referendum per esigenze personali, particolari, politiche”.

E trattandosi anche di molti esponenti del suo partito, l’affermazione ha il sapore di una resa dei conti interna al Partito democratico. Ma sicuramente ha più valore “politico” un’altra sua richiesta, cioè quella di mettere fine alle polemiche e “fino alle elezioni del 2018 rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo tutti insieme per il Paese”. Ecco bypassati i due appuntamenti politici più gravidi di conseguenze che si consumeranno tutti nell’arco del 2016: le imminenti elezioni amministrative e il referendum confermativo sulla riforma costituzionale. Aldilà della consueta retorica presidenziale, è questo il dato più significativo: l’esibizione di una certezza – non è solo pura scaramanzia quella di Renzi – di uscire indenne, anzi rafforzato, da questi due tornanti delle vita politica italiana prossima ventura.
C’è però un ultimo “ma”. Piccolo ma significativo. Il referendum ormai archiviato non ha certo goduto, nella sua fase preparatoria, di un’adeguata informazione pubblica. Anzi, abbiamo visto i media (in particolare la tv pubblica) latitare, innescando il sospetto di un sostanziale e silente adeguamento alla linea astensionista gradita a Palazzo Chigi. Tutto questo ha tolto qualcosa al Paese, in termini di capacità di dibattito pubblico e di promozione della partecipazione popolare. Ora è sinceramente auspicabile che la competizione amministrativa e ancor più la successiva campagna referendaria godano di un fiorire di confronti pubblici, in grado di far maturare scelte adeguate alla complessità della vicenda italiana.

Dare un sindaco a Roma e Milano non è una partita secondaria. Così come decidere se è arrivato davvero il momento di far nascere la Terza Repubblica, mandando in archivio il bicameralismo perfetto, non è una scelta da prendere a cuor leggero.

In gioco sono le nostre regole comuni, il nostro modo di interpretare la democrazia e di formare il consenso. Non è poco, neppure per i cittadini cattolici che forse dovranno finalmente farsi carico di alimentare il dibattito pubblico, sale della democrazia come la conosciamo e apprezziamo. Lasciamo pure agli altri l’odio politico, a noi interessa il bene comune del popolo italiano.

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