Rubrica Opere di Misericordia, Don Gian Luca Rosati: “Visitare i carcerati”

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carcereDIOCESI – Prosegue la rubrica sulle opere di Misericordia di don Gian Luca Rosati

Leggi i primi cinque articoli:
– Don Gian Luca Rosati inaugura una nuova rubrica sulle opere di Misericordia
– “Dare da mangiare agli affamati”
– “Accogliere i forestieri”
– “Dar da bere agli assetati”
– “Assistere gli ammalati”

È Domenica.
Sto celebrando la messa ed è il momento della preghiera dei fedeli. Mentre vengono lette le intenzioni, scatta l’allarme in uno degli altari laterali. Il lettore si ferma e io, una volta disattivato l’allarme, rassicuro i fedeli: «Tranquilli, sarà stato il buon ladrone che, per avvicinarsi al Crocifisso, è entrato nella cappellina e ha fatto suonare l’allarme!».

Durante la Settimana Santa ho portato con me il buon ladrone, che tanto buono non doveva essere stato; è lui stesso ad ammetterlo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23,40-41).

Guardavo il buon ladrone appeso alla croce vicino a quella di Gesù e pensavo a come anche la crocifissione possa essere un tempo favorevole per incontrare la salvezza: in un momento normale, sarebbe stato molto difficile per il ladrone avvicinarsi a Gesù. E non soltanto perché avrebbero potuto arrestarlo, ma anche perché intorno a Gesù è facile trovare bigotti e ben pensanti che sanno chi può avvicinarsi e chi, invece, deve essere tenuto lontano, chi può parlare e chi, invece, deve stare zitto, dove Gesù può andare e dove è meglio che non vada,…

Oggi forse quell’uomo crocifisso vicino a Gesù non ci fa impressione, non ci scandalizza perché quell’aggettivo “buono” ci fa dimenticare il sostantivo “ladrone”, ci fa guardare con simpatia un uomo che i suoi contemporanei ritenevano pericoloso, tanto da doverlo crocifiggere.

Normalmente i “ladroni” dei nostri giorni non riscuotono la stessa simpatia e benevolenza che abbiamo per il buon ladrone.

Sul Golgota, nelle ultime ore della vita di Gesù, accade qualcosa di straordinario: uno dei ladroni esprime un desiderio ed è una preghiera sincera: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42).

Il buon ladrone ha condiviso con Gesù e con noi quello che c’era nel suo cuore e ha creato un ponte tra noi e lui, una intersezione. Con le sue parole ci ha rivelato qualcosa di sé che non ci saremmo aspettati: come noi, lui ha un cuore, dei sentimenti, degli affetti, delle emozioni, un senso di giustizia, una fede in Dio.

La sua preghiera ci ha fatto scoprire che i due ladroni sono due uomini e che, com’è ingiusto commettere reati, è ugualmente ingiusto identificare gli uomini con i crimini che hanno commesso o con l’elenco dei capi di accusa o con il curriculum vitae delle violenze di cui sono stati riconosciuti responsabili. C’è sempre la possibilità di una vita nuova, di una conversione, di una risurrezione! Essa passa attraverso il riconoscimento del proprio peccato, della propria miseria e l’accoglienza dalla misericordia di Dio.

Anche il ladrone ha paura; ha paura della morte e di quello che accadrà dopo la morte; ha paura di essere dimenticato: «Gesù, ricordati di me…».

Visitare i carcerati è un’opera di misericordia.

A prima vista potrebbe sembrare un’opera di misericordia difficilmente praticabile: un qualcosa di riservato ai cappellani del carcere, alla polizia carceraria e agli operatori e volontari che assistono i carcerati nella loro vita quotidiana.

Mi sono accorto, invece, che ciascuno di noi può visitare i carcerati.

Facilmente, aiutati dalla TV e dai media, noi cristiani ci lasciamo trascinare e prendiamo le distanze dai ladroni, ci armiamo e spariamo loro addosso senza pietà. È la paura che abbiamo di loro e delle violenze che hanno compiuto a renderci difficile provare sentimenti di compassione e di prossimità. I mezzi di comunicazione tendono a mettere il mostro in prima pagina e ad approfondire i particolari dei delitti, aumentando la tensione e allargando la differenza tra noi, i buoni, e loro, i cattivi. E un po’ questo modo di trattare la realtà ci tranquillizza: nel mondo c’è tanta corruzione, tanta violenza, ma noi siamo buoni, noi facciamo il bene, noi siamo cristiani…

Visitare i carcerati significa provare per loro sentimenti di compassione, pregare per la loro conversione, perché siano confortati dalla presenza di persone amiche, significa cercare di conoscerli meglio e non fermarsi ai reati commessi, significa sforzarsi di vedere l’umanità nascosta sotto una coltre di peccati,…

Visitare i carcerati è evitare di imprigionare le persone in schemi che abbiamo costruito su di loro; è liberare chi da troppo tempo è rinchiuso in giudizi e pregiudizi; è non rifiutare la compagnia degli emarginati, ma stare con loro, come faceva Gesù.

Visitare i carcerati è accorgersi che sono uomini come noi,… o che noi siamo uomini come loro…

Mentre scrivo, mi torna in mente una lettera che ho trovato in un libro di Fabio Scarsato; si tratta della testimonianza di un Gianluca come me:

«Guardi il cielo, fuori dagli scacchi disegnati dalle sbarre. Albeggia. Cominci a mettere in sequenza le operazioni quotidiane. Butti un’occhiata al compagno di cella per vedere se è sveglio. – Buongiorno! (Chissà se lo sarà veramente… lo si dice comunque). Intanto con la mente “vai” a casa. Forse i figli si stanno preparando per la scuola… avranno interrogazioni? Avranno studiato? Forse avevano bisogno di chiedere qualche consiglio… staranno pensando al papà? Quanto dolore darà loro questo pensiero?… e, alla fine – ma chi devo incolpare per tutto questo?! Già la risposta non puoi nasconderla al tuo cuore! Intanto ti sei alzato, hai acceso la moka e nell’attesa ti sciacqui il viso cercando d’intravedere una figura ancora umana sul rettangolo di plastica riflettente che qui chiamano specchio. Ti vesti secondo l’aria. Calda, fredda, non ha importanza, è l’aria che c’è fuori, è forse l’unica cosa uguale che c’è tra il “dentro” e il “fuori”. I blocchi di cemento armato che costituiscono la cella, trasfondono fedelmente l’umore meteorologico esterno. Qualcuno di noi si prepara per “lavorare”. Certo, il cosiddetto lavoro, qui è molto importante. Ti consente di non pesare sulla famiglia per quelle poche necessità che hai. E così, qui dentro, alcuni “ladroni” scoprono il lavoro onesto, dopo anni passati a inseguire la “bella vita”. […]
Qualcuno va a scuola… beh, ecco qui possiamo trovare, imparare idee o parole, prima sconosciute, che riescono a dare espressione ai nostri pensieri. Ci aiutano, in qualche modo, a definire meglio chi siamo, chi vogliamo essere, cosa vogliamo, come lo vogliamo… La parola in sé, è in grado di esprimere e trasmettere verità potenti e disarmanti. Capire il significato delle parole, capire come usarle nella nostra vita e, soprattutto nella nostra quotidianità può essere davvero un’esperienza che ti aiuta a salvarti la vita. […]
Ogni tanto la settimana è interrotta, per chi ha la fortuna, da un colloquio con un familiare. In una sala comune, seduti ad un tavolo con panche fissate a terra, ci si può urlare qualche parola d’affetto. Un’ora di affetto urlato! Quasi sempre il tempo finisce prima che tu te ne possa rendere conto e la preoccupazione più grande, da entrambe le parti, è immancabilmente quella di trasmettere rassicurazioni di benessere. Troppo poco tempo, troppo poca intimità per poter “scoprire” le proprie ferite, per permettere a chi ti vuol bene di aiutarti ad affrontare le tue fragilità e le tue responsabilità» (FABIO SCARSATO, Wanted. Esercizi spirituali francescani per ladri e briganti, Edizioni Messaggero di Padova).

Un uomo come me, questo Gianluca; un fratello che ha tutta la mia solidarietà, la mia prossimità.

Leggendo lettere e testimonianze dal carcere, anche sul nostro settimanale diocesano, non posso che rubare le parole del ladrone: «Gesù, ricordati di me», perché anch’io, come lui, ho bisogno che Gesù mi dica: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43).

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