“Panama Papers”: l’evasione fiscale strangola l’Africa?

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trustDi Davide Maggiore

Villaggi isolati perché manca una strada asfaltata, case senza i servizi igienici di base, comunità impoverite dalla mancanza di alternative economiche: è innanzitutto da qui che si può vedere l’effetto che le operazioni finanziarie al limite della legalità e l’evasione fiscale documentate dai cosiddetti ‘Panama Papers’ hanno avuto e continuano ad avere sull’Africa. Molti sono, nei documenti resi pubblici finora, i Paesi coinvolti: la Sierra Leone per i suoi giacimenti di diamanti; l’Uganda che comincia a sfruttare le riserve petrolifere; il Sudafrica e i suoi interessi all’estero; la Nigeria, dove i documenti usciti dagli archivi dello studio legale Mossack Fonseca sembrano coinvolgere anche l’uomo più ricco d’Africa, Aliko Dangote, e vari esponenti politici.

Effetti devastanti. “L’impatto dell’evasione e dei flussi illeciti di denaro sulla mancanza di infrastrutture e sulla vita delle popolazioni è indescrivibile – testimonia proprio dal Paese dell’Africa occidentale padre Evaristus Bassey, segretario della Caritas nazionale -. Andando

nelle zone rurali ci si rende conto dell’enorme, scandalosa disparità di condizioni rispetto alle città,

ed è snervante leggere quanti miliardi siano stati trasferiti su conti offshore, pensando a come le enormi risorse di questo Paese abbiano prodotto risultati così magri”. Quello nigeriano, però, non è un caso isolato: a testimoniarlo, ancora prima delle carte arrivate da Panama, era stato il gruppo di studio guidato dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki per conto dell’Unione Africana e della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite.

Già un anno fa, i dati raccolti da questo comitato indicavano che il continente perdeva, ogni 12 mesi, circa 50 miliardi di dollari per transazioni finanziarie illegali e che, nell’ultimo mezzo secolo, il danno complessivo aveva raggiunto i 1000 miliardi.

“L’evasione fiscale è solo uno dei molti aspetti che la corruzione prende nel mondo – chiarisce infatti fra’ Mike Deeb, sacerdote sudafricano dei Domenicani che rappresenta il suo Ordine presso le nazioni Unite – e il suo effetto sull’Africa è ancora più devastante: le economie meno sviluppate hanno poche regole che permettano di controllare questo fenomeno e per chi ha potere è facile manipolare le cose a scopi personali”.

Delegittimare la corruzione. Guardare agli ultimi scandali nell’ottica più generale del contrasto alla corruzione, tante volte denunciata anche da Papa Francesco, è quindi l’invito della Chiesa dopo le rivelazioni di questi giorni. Ma in questo senso, i leader religiosi africani e la società civile sono impegnati già da anni. “In questo campo la Chiesa è stata una coscienza critica nella sfera pubblica, la voce del popolo”, sintetizza padre Bassey, mentre fra’ Deeb preferisce rivolgere lo sguardo a quello che ancora resta da fare. “Dobbiamo partire dal fatto che molte persone, al mondo, sono coinvolte in pratiche di corruzione, piccole o grandi, o tentate da essa, o la tollerano come una normale debolezza umana – nota -. Davanti a noi quindi sta la sfida enorme di delegittimare qualsiasi forma di corruzione, rafforzando le istituzioni che possono combatterla, a tutti i livelli: locale, nazionale e internazionale”. Per farlo servono strumenti che non siano solo quelli della denuncia, prosegue il religioso sudafricano: a suo parere

“le Chiese devono sviluppare competenze su materie come le istituzioni di governo, il diritto costituzionale e le questioni politiche, collaborando con chi ha già questo tipo di conoscenze”.

Perché qualsiasi azione sia efficace, in più, è necessario anche l’appoggio delle autorità, a tutti i livelli. “I Paesi sviluppati devono andare oltre la retorica ed assicurare che diventi di fatto impossibile trasferire denaro in maniera illecita: serve più trasparenza”, è l’analisi di padre Bassey. “I nostri governi, però, devono creare strutture che rendano più difficili queste pratiche”, continua il religioso nigeriano. “Oggi prevale la sovranità statale e non ci sono abbastanza meccanismi per punire chi non rispetta le norme internazionali – argomenta invece fra’ Deeb -. Alle Nazioni Unite dobbiamo pensare a rafforzare queste procedure, fare pressione sui paradisi fiscali e mettere a punto regole vincolanti, che permettano ai governi di chiedere conto del loro comportamento alle imprese che, ad esempio, ottengono concessioni grazie alla corruzione”.

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