Banda larga: sarà vera rivoluzione?

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computerZenit di Antonio Gaspari

Nel campo delle telecomunicazioni negli anni Novanta l’Italia era all’avanguardia, mentre secondo l’ultimo rapporto del Digital Economy and Society Index (Desi), ora il nostro paese è al 25esimo posto sui 28 Paesi dell’Unione europea per diffusione della banda ultra larga.

In Italia ci sono zone paesi e paesini di provincia la cui connessione è difficoltosa, lenta a volte inesistente. Si calcola che circa il 35% della popolazione italiana vive in queste zone scarsamente connesse.

Per colmare il ‘gap’ che penalizza tutte le attività economiche, commerciali, comunicative, culturali, mediche, educative… il Governo ha appena varato un programma che dovrebbe portare la fibra ottica e la banda larga dalla copertura del 3,5% fino all’85% con una potenza che passerà dai tre ai 18 giga.

L’innovazione e l’investimento sembrano straordinari.

Per cercare di comprendere le implicazioni tecnologiche e di relazione di questa rivoluzione nelle comunicazioni ZENIT ha intervistato il giornalistasaggista e docente universitario italiano, Michele Mezza.

Già titolare del corso di Teoria e tecnica dei nuovi media all’Università di Perugia, Mezza ha insegnato Tecnologie multimediali all’Università La Sapienza di Roma.

Dal gennaio 2003 tiene un corso di giornalismo all’Università di Roma Tor Vergata e per un master su Giornalismo multimediale all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Dal marzo 2015 è diventato titolare del corso di Sociologia della Cultura Digitale presso la facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Napoli Federico II.

Che cosa è e cosa cambia in Italia con la banda larga che il governo vorrebbe realizzare?

Si aumenta il PIL di un punto. Si potrebbe sintetizzare così dal punto di vista economico l’effetto di una disponibilità di connessione ampia nel paese. Ma sarebbe davvero un dato asfittico. La rete dilaterebbe ogni nostra attività, sociale, politica, economica e relazionale. Renderebbe possibile lo scambio permanente di qualsiasi tipo di dati: testi, suoni e video, pressocchè in tempo reale. Ogni azienda potrebbe proiettarsi sui grandi mercati globali, ogni persona potrebbe essere nodo di un circuito ramificato di relazioni. Ogni territorio potrebbe farsi comunità permanente. Ogni gruppo potrebbe ambire a farsi sentire e vedere. Questo vale per ogni paese.

A maggior ragione per il paese delle mille botteghe, dei mille campanili, dei mille gonfaloni. Saremmo un alveare attivo nel mondo. Ovviamente non mancano aspetti negativi e problematici come per ogni tipo di relazione: saremmo infatti più vulnerabili a interferenze culturali e politiche, saremmo più esposti ad un colonialismo digitale, saremmo più aperti ad incursioni di ogni tipo, comprese quelle terroristiche.

Ma la rete, come lo scorso secolo la fabbrica, non è di per sé un’entità buona è una straordinaria opportunità, un regalo del Signore ci ha detto papa Francesco, che deve essere negoziata e combinata con valori e ambizioni individuali e collettive. Papa Francesco, da quello che posso capire da osservatore laico, mi sembra da questo punto di vista straordinariamente avanti. L’organizzazione e la gestione del denso e complesso confronto nel recente Sinodo della famiglia, con il coinvolgimento di comunità cattoliche di base nel dibattito, ci mostra come si intenda per una grande istituzione come la Chiesa la condivisione orizzontale delle decisioni.

Cosa cambia, nella comunicazione, nella cultura, nel commercio, nelle relazioni sociali?

Si accelererebbe quel processo di contaminazione di ogni relazione con il senso di condivisione e di personalizzazione. Io penso che la rete sia la conseguenza e non la causa dei fenomeni di trasformazione socio tecnologica che abbiamo sotto gli occhi, in particolare nella comunicazione, come ho provato a spiegare nel mio ultimo libro “Giornalismi nella rete” (Donzelli editore).

L’origine di questo complesso processo di riformulazione dei linguaggi e dei sistemi comunicativi è l’ambizione di condividere e di personalizzare i nostri contenuti.

Siamo passati, ci ha spiegato Zygmunt Bauman, dalla triade “Lavoro di massa-consumi di massa- media di massa” alla nuova terna “lavoro individuale-consumi personalizzati-media condivisi”. Lungo questo processo si è disgregato il modello top down della fabbrica dell’informazione e sta emergendo un nuovo modello basato sulla pratica e le piattaforme social.

Un alto tasso di connettività veloce renderà ordinario e indispensabile essere parte esclusiva di questo nuovo mondo del networking, marginalizzando tutte le forme di mediazione verticale della comunicazione: Il broadcasting televisivo verrà, gradualmente, sostituito dalle forme di audiovisivo in streaming condiviso, i giornali saranno sempre più comunity di scambio di informazioni, i libri saranno forum orchestrati da impresari della narrazione.

Il noto professore Marshall Mac Luhan ha indicato l’era che stiamo vivendo come il più grande rinascimento tecnologico mai visto nella storia delle comunicazioni. Si chiese però, ma dove sta l’uomo del rinascimento? Cioè, la potenza della macchina è impressionante, il potenziale per liberalizzare informazioni, commerci, cultura, democrazia, lavoro, carità, progetti sociali, è gigantesco, ma c’è anche il rischio che si realizzi un nuovo grande Moloch che controlla e decide tutto, che impone un pensiero unico e che schiavizza i più. 

Qual è il suo parere in proposito?

Se non suona presuntuoso posso dire di concordare con il maestro Mc Luhan. Ricordo che il suo ultimo aforisma , pronunciato pochi mesi prima di morire, fu “Il messaggio è l’utente” ecco credo che qui sta il senso rinascimentale di quella trasformazione che lui prefigurò e che oggi è sotto i nostri occhi: come 5 secoli fa, anche oggi abbiamo  un impossessamento da parte dell’uomo di ruoli e funzioni che prima erano delegati a caste o figure molto elitarie: informazione, scienza, sanità, narrazioni, legge, e soprattutto amministrazione politica, sono tutte categorie ampiamente in riorganizzazione dove il tratto distintivo è la crisi dei leader e l’emergere di una forte, a volte confusa e caotica, ma inesorabile, domanda di partecipazione diretta dal basso.

E’ cambiata la geometria dei poteri. Un passaggio simile si ebbe già nel XII° secolo con la transizione dalla pergamena al libro, ci spiega Ivan Illich. In quella trasformazione il protagonismo politico e culturale passò da una ristrettissima elites sacerdotale e di nobilato imperiale ad una più vasta area sociale che prefigurò la borghesia commerciale. Poi successivamente, con la stampa, si cominciò a formare quello straordinario soggetto che  è stata l’opinione pubblica, grazie alla condivisione di giornali e libri. Ricordo il grande contributo di un pensatore come Giordano Bruno che già alla fine del XVI° secolo ci ammoniva “nell’infinito spazio possiamo definire centro nessun punto, o tutti i punti: per questo lo definiamo sfera, il cui centro è ovunque”.

Questa è la prima preveggente cosmogonia della rete che oggi ci ritroviamo come nuova geometria dei poteri:il Rinascimento si rimaterializza nei social.

Qui ritorna l’avvertenza di cui accennavo prima: la rete, come la fabbrica, e come la stampa nel rinascimento, sposta in avanti il terreno di convivenza ma cova nuovi pericoli. Il principale che io vedo è quella che chiamo la dittatura di un solo algoritmo.

Ossia il monopolio di questa straordinaria potenza che è il pensiero computazionale che oggi ci permette di automatizzare quote sempre crescenti delle nostre attività da parte di pochi gruppi planetari.

La rete deve essere un luogo di conflitto e di negoziato e l’algoritmo, ossia il modo per risolvere automaticamente funzioni e problemi medianti istruzioni da impartire ad una dispositivo digitale deve essere aperto e trasparente.

Il software, di questo stiamo parlando, non è né di destra né di sinistra, ma non è neutro. Ha un’anima, una lingua, un pensiero, una visione del mondo. Quando interroghiamo Google o dialoghiamo su Facebook stiamo in un ordine cognitivo. Non possiamo accettarlo supinamente, dobbiamo poterlo riconoscere e renderlo modificabile. Pensiamo a quanto sta accadendo nelle scienze biologiche e genetiche: come si procede alla riprogrammazione della vita? Con quali principi e soluzioni?

Sono cose che non possiamo lasciare solo ai tecnici.

Quali quindi le indicazioni, i limiti, le regole per utilizzare al meglio la rivoluzione tecnologica senza rischiare di diventarne schiavi?

Io sono solo un modesto cronista dell’innovazione. E posso raccomandare quanto vedo e sperimento nel mio mondo dell’informazione. Nel momento in cui nelle redazioni, funzioni rilevanti, in termini discrezionali, come nei sistemi editoriali, nelle potenze di ricerca, negli agenti intelligenti che si supportano nell’abbondanza delle notizie, sono delegate a sistemi digitali, a software semantici, a pensieri computazionali io credo che si debba aprire un vero negoziato per rendere trasparente e condivisa il sistema semantico, il vocabolario, l’etica di questi sistemi. Lo stesso vale nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, dove vengono acquistati da grandi gruppi multinazionali, chiavi in mano, sistemi intelligenti che ci guidano dalla culla alla tomba. Oggi politica è soprattutto garantire un controllo pubblico sui beni comuni dell’intelligenza digitale.

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