Praticate lo sport e non la guerra, sarà meglio per tutti

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Zenit di Angela Teja

Secondo l’interpretazione di due esperti storici dello sport, N.Elias ed E. Dunning (Quest for Excitement. Sport and Leisure in the Civilising  Process, Oxford1986), lo sport è stato uno dei protagonisti del processo di civilizzazione che iniziato in Europa intorno al ‘700, si è completato a fine dell’ 800.

Un processo in cui lo sport ha avuto un ruolo preciso scaricando le tensioni tra i gruppi e creando situazioni di finta-guerra, sublimandole dunque in riproduzioni mimetiche, non cruente. Sport in quanto “mimesi della guerra”: è questa la svolta che ha trasferito le tensioni tra i popoli dal campo di battaglia a quello sportivo.

I due sociologi sono maestri nello spiegarci questo passaggio epocale della società moderna, di cui un esempio è l’hurling, il gioco popolare anglosassone antesignano del calcio. In esso due gruppi di persone, quasi sempre gli abitanti di due villaggi, si contendevano una palla cercando di portarla sotto il campanile del paese degli avversari senza esclusioni di colpi, con una vera e propria “sferomachia” che molto ricordava l’harpastum che i soldati romani avevano “esportato” in Britannia al seguito delle loro legioni.

Lo sport contemporaneo ha fatto l’ultimo passo con la sostituzione in toto della violenza in quella che potremmo definire una vera e propria catarsi, sulla base dell’agonismo e della sana competizione.

Ci dicono infatti, sempre Elias e Dunning, che la tensione della gara è quella che rende meglio il senso della guerra tra avversari, superata la quale (nella vittoria e/o nella sconfitta) tutto torna a posto, mentre il pubblico si sente “purificato” da quel rito, proprio come anticamente capitava ai cittadini greci. Costoro uscivano dal teatro dopo aver attraversato la catarsi della storia narrata e rappresentata, più sereni e leggeri, perché l’aver vissuto certe storie e l’aver sofferto insieme ai loro protagonisti, li liberava dalle tensioni che, in qualche modo, soffrendo, avevano anche espiato.

Questa sublimazione degli istinti di guerra a seguito di un preciso processo di civilizzazione costituirebbe il legame più stretto dello sport con il mondo militare, al cui interno peraltro si annidano consistenti componenti addestrative, sin dalle epoche più antiche, per esempio da quelle degli spartani o dei crotoniati che vincevano più degli altri nei Giochi ad Olimpia perché maggiormente addestrati al combattimento.

Su queste origini, tuttavia, e sempre in ambito inglese, si sovrapposero quelle educative. Thomas Arnold, infatti, il rettore del college di Rugby, a metà dell’800 intuì che i suoi giovani studenti, i futuri quadri dell’Impero britannico, avrebbero potuto addestrare il fisico, preparandolo in maniera adeguata ai compiti che li attendevano, attraverso giochi regolamentati, che li avrebbero educati al self control, al lavoro di squadra e organizzato, all’ubbidienza disciplinata al capitano.

Si passò così all’invenzione del rugby, la cui derivazione del nome a questo punto ben si comprende: un gioco tra due squadre con un numero preciso di giocatori, su di un campo limitato, la pelouse all’interno del college, con regole precise, con arbitri che le facevano rispettare e con ruoli distinti per i singoli giocatori.

L’invenzione del rugby decretò così la nascita dello sport contemporaneo e il suo trasferimento in un contesto internazionale grazie alla rilettura che, a fine ‘800, ne diede Pierre de Coubertin, il padre dei Giochi olimpici moderni, che rimase folgorato dai principi di Arnold e dall’organizzazione della vita nel suo college, da lui definiti “una pietra miliare dell’Impero britannico”.

Dalle finalità educative del gioco di squadra inglese deriva infatti l’Olimpismo con i suoi principi di internazionalismo, solidarietà e fraternità tra i popoli, ricerca della pace e delfair play.

Il neonato e “arioso” sport anglosassone andò dunque a sostituire a fine ‘800 la vecchia ginnastica prussiana di impronta militare che precedentemente si era imposta nelle principali Scuole militari di ginnastica europee per poi travasarsi in quelle civili.

La storia ci ricorda questo genere di attività ginniche, con e senza attrezzi, praticate dal Nachtegall nell’Istituto Militare di Ginnastica a Copenhagen (1804), poi il loro trasferimento da parte di P. E. Ling al Reale Istituto Centrale di Ginnastica di Stoccolma (1813), quindi l’insegnamento del giovane ginnasta svizzero R. Obermann alla Scuola di Ginnastica Militare presso l’Accademia del Valentino a Torino (1833), infine l’affermarsi dello sport nella Scuola Militare di Aldershot (1861), quando T. Arnold aveva già diffuso il suo verbo nei colleges inglesi. Proprio ad Aldershot fu scritto il famoso decalogo dello sportman, in cui troviamo il definitivo passaggio ad una concezione dello sport pacifico e dagli spiccati principi della difesa e della pace:

“[Buon sportivo è colui che] a) giuoca per l’amore del giuoco; b) giuoca per la propria squadra e non per se stesso; c) è buon vincitore e buon perditore, vale a dire è modesto nella vittoria e generoso nella sconfitta; d) accetta tutte le decisioni senza discuterle o confutarle; e) è altruista e sempre pronto ad insegnare agli altri e ad aiutarli; f) quando è spettatore applaude il buon giuoco di ambo le parti, ma non si intromette mai fra arbitri e giocatori”.

Non va dimenticata la coeva Scuola Militare di Joinville-le-Pont, alla periferia di Parigi (1852), tra le più importanti e influenti Scuole di ginnastica militare in Europa, sede del futuro celebre incontro tra compagini sportive di diverse nazionalità all’indomani della Grande guerra (1919), i celebri Giochi Interalleati che, per quanto dominati dagli americani, testimoniano il definitivo trionfo dello sport contemporaneo. Dalla vittoria sui campi di battaglia si passò infatti a ricercare quella sui campi sportivi.

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