Hiv/Aids: nel mondo 2 bambini su 3 non hanno accesso alle cure

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HIVDi Patrizia Caiffa

Nel mondo 2 bambini su 3 che hanno contratto il virus Hiv non hanno accesso alle cure e rischiano di morire prima di aver compiuto i 2 anni di vita, nonostante la percentuale di chi riceve i farmaci sia salita dal 14 al 32% dal 2010 al 2014. In numeri assoluti si parla di 2 milioni e 600mila bambini sotto i 15 anni che convivono con l’Hiv. Se nei Paesi sviluppati ci sono tutti i modi per accedere ai trattamenti anti-retrovirali e il virus non viene più trasmesso dalla madre al feto, i bambini muoiono ancora di Aids, soprattutto in Africa. I Paesi più colpiti sono Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Uganda, Kenya, Tanzania.  A livello globale si contano 37 milioni di persone che convivono con il virus Hiv, ma 22 milioni non hanno ancora accesso alle cure. Le Nazioni Unite si sono date l’obiettivo di sconfiggere l’Aids entro il 2030, ma gli obiettivi raggiunti lo scorso anno – 15 milioni di persone che ricevono i farmaci – riguardano principalmente gli adulti. Le organizzazioni cattoliche offrono da anni un grosso contributo in quest’ambito, tenendo conto che un quarto delle strutture sanitarie appartengono alla Chiesa. Nella lotta al virus Hiv/Aids sono impegnate 116 Caritas nazionali su 165, insieme alle congregazioni religiose e realtà come la Comunità di Sant’Egidio o Cuamm-Medici con l’Africa. Una “roadmap”  di intenti per i prossimi quattro anni è stata tracciata nei giorni scorsi durante un incontro internazionale promosso a Roma da Caritas internationalis e Ospedale pediatrico Bambin Gesù, insieme a UnAids (il Fondo delle Nazioni Unite per la lotta all’Aids) e Pepfar, il programma contro l’Aids del governo americano.

Le difficoltà nella cura dei bambini. “Ancora mancano i dosaggi giusti e le formulazioni adatte per l’uso pediatrico – spiega monsignor Robert J. Vitillo, capo delegazione di Caritas internationalis a Ginevra ed esperto su Hiv/Aids e salute -. Abbiamo invitato le agenzie e i governi, le organizzazioni cristiane e di altre confessioni religiose per condividere le nostre esperienze e capire come risolvere gli ostacoli”. In Africa la maggioranza della trasmissione è da madre a bambino. Se si fa la diagnosi sulla madre c’è meno possibilità di trasmettere il virus al figlio. UnAids ha sviluppato un piano globale per eliminare questo tipo di trasmissione e i progressi ci sono stati: “Ora nei Paesi ci sono piani strategici per la diagnosi sulle madri  – precisa mons. Vitillo -. Però spesso, anche se il bambino nasce sano, le madri smettono il trattamento, trasmettendo il virus durante l’allattamento. La madre deve continuare a prendere i farmaci per salvare la vita dei bambini”.

Impegno a 360 gradi. Oltre al lavoro sul campo la Chiesa cattolica fa azione di advocacy a livello nazionale e internazionale, lotta contro le discriminazioni e per assicurare l’accesso ai medicinali ai poveri nei Paesi in via di sviluppo. “Bisogna educare i cattolici nelle nostre parrocchie a non avere paura di chi è malato”, precisa. Molti vescovi hanno fatto dichiarazioni in proposito all’interno delle proprie nazioni, altre organizzazioni fanno corsi di formazione per sacerdoti, religiosi e laici. L’approccio specifico delle realtà cristiane punta ovviamente sulla prevenzione, educando la gente alla fedeltà nel matrimonio e ad un comportamento responsabile prima delle nozze. E sulla diatriba storica sull’uso o meno del preservativo mons. Vitillo puntualizza: “Oggi, se si ha accesso ai trattamenti in maniera regolare, nel 90% dei casi diminuisce la carica virale nel sangue e nei fluidi e c’è molto meno rischio di trasmettere il virus”. Le persone vengono accompagnate anche nei bisogni spirituali e pastorali, aiutate nel reinserimento in comunità, per superare lo stigma sociale.

Un lavoro poco riconosciuto. Tra gli ostacoli riscontrati, secondo l’esperto di Caritas internationalis, “c’è il rifiuto del lavoro delle Chiese in un mondo secolarizzato: non c’è equilibrio tra le risorse date e le responsabilità assunte nei confronti dei malati di Aids ed altre malattie”. “I nostri programmi in molti Paesi poveri coprono tra il 40 e il 70% dei bisogni  – sottolinea – ma noi riceviamo dal Fondo globale per l’Aids, la tubercolosi e la malaria solo il 5% dei finanziamenti necessari. In pratica non viene riconosciuto il lavoro fatto. Se ci fossero le risorse potremmo fare molto di più”.

La “roadmap” delle organizzazioni cattoliche. A termine del convegno è stata tracciata una “roadmap” di impegni per i prossimi quattro anni, tra cui:finanziamenti da fonti sicure; una più ampia gamma di farmaci efficaci e ben tollerati dai bambini; diagnosi precoci su uomini e ragazzi che ancora frequentano la scuola, assicurandosi che i bambini e gli adolescenti che vivono con l’Hiv non abbandonino gli studi; investire sui servizi sociali.

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