Il Papa: “Superbia e orgoglio impediscono di vedere la misericordia di Dio”

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PapaZenit di Luca Marcolivio

La storia personale dell’apostolo Matteo è un esempio lampante di come non esista alcun “santo senza passato”, né alcun “peccatore senza futuro”. Durante l’Udienza Generale odierna, nel rievocare la conversione del pubblicano (Mt 9,9-13), papa Francesco ha nuovamente citato Oscar Wilde, lo scrittore irlandese dalla vita sregolata, il quale, nei suoi ultimi anni in carcere, fu toccato dalla misericordia di Dio.

Nel tracciare la vicenda di San Matteo, il Pontefice ha ricordato come la chiamata di quello che era considerato un “pubblico peccatore”, in quanto esattore delle tasse per conto dell’Impero Romano, aveva provocato una accesa “discussione tra i farisei e i discepoli di Gesù, per il fatto che questi condividono la mensa con i pubblicani e i peccatori”.

Se da un lato è vero che anche peccatori come Matteo possono diventare discepoli di Gesù, “è altrettanto vero che essere cristiani non ci rende impeccabili”, ha sottolineato il Santo Padre.

Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che “non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo”, ha proseguito il Papa, citando poi la massima wildiana: “Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro”.

La Chiesa, infatti, non è una “comunità di perfetti” ma di “discepoli in cammino”, che si mettono alla sequela del Signore “perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana quindi – ha aggiunto – è scuola di umiltà che si apre alla grazia”.

Tutto il contrario di chi ha la “presunzione di credersi giusto e migliore degli altri. Superbia e orgoglio – ha puntualizzato Francesco – non permettono di riconoscersi bisognosi di salvezza, anzi, impediscono di vedere il volto misericordioso di Dio e di agire con misericordia”.

Gesù è quindi come un “buon medico”, venuto per i malati e non per i sani (cfr. v.12), che “risana dalle malattie libera dalla paura, dalla morte e dal demonio. Innanzi a Gesù nessun peccatore va escluso, nessun peccatore va escluso, perché il potere risanante di Dio non conosce infermità che non possano essere curate”.

La Parola di Dio, ha spiegato il Pontefice, è come un “bisturi” che “opera in profondità per liberarci dal male che si annida nella nostra vita” e che, a volte, è doloroso perché “incide sulle ipocrisie, smaschera le false scusanti, mette a nudo le verità nascoste” ma, allo stesso tempo “illumina e purifica, dà forza e speranza”.

È ancora nel Vangelo della conversione di Matteo che Gesù menziona le affermazioni di Osea: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Os 6,6). Il profeta rimproverava il popolo d’Israele per la sua religiosità “di facciata” e per le preghiere fatte di “parole vuote e incoerenti”. Parimenti, i farisei erano “molto religiosi nella forma” ma non disposti a “condividere la tavola con i pubblicani e i peccatori”, poiché escludevano “la possibilità di un ravvedimento” e quindi “non mettevano al primo posto la misericordia”.

Per spiegare l’atteggiamento dei farisei, Bergoglio ha detto a braccio: “È come se ti regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, le forme, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato!”.

L’invito finale del Santo Padre è stato quindi a imparare a “guardare con misericordia” ogni discepolo del Signore e a “riconoscere in ognuno di loro un nostro commensale”, poiché tutti abbiamo bisogno di “sperimentare e vivere la parola consolatrice di Gesù”.

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