Diritto alla salute: Consiglio d’Europa, pronunciamento su accesso all’aborto in Italia

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(Strasburgo) Nessun dubbio sul diritto all’obiezione di coscienza da parte dei medici, sancito dalla legge 194, bensì una censura all’Italia per non avere messo in atto misure adeguate per fare in modo che questa situazione non abbia incidenza sull’accesso alla interruzione volontaria della gravidanza. Si può riassumere in questi termini la decisione odierna del Comitato per i diritti sociali del Consiglio d’Europa sul ricorso “Cgil contro Italia” introdotta mediante la procedura dei “reclami collettivi”. Il testo della decisione si compone di 65 pagine. In sostanza il Comitato per i diritti sociali constata, all’unanimità, una violazione del diritto alla salute nel fatto che l’accesso all’aborto può essere reso difficile dall’alta percentuale di medici obiettori e dal fatto che la percentuale è particolarmente alta in alcune regioni. Il Governo non avrebbe assunto sufficienti misure per fare fronte a questa situazione già denunciata da un’analoga sentenza del Comitato nel 2013. Inoltre il Comitato constata una violazione del principio di non discriminazione, nel senso che i medici “non obiettori” sarebbero soggetti a un carico maggiore di lavoro e minori prospettive di carriera.

Circa la violazione del diritto alla salute, invece, il ministero della Salute italiano ha presentato i dati per mostrare come, regione per regione, l’accesso all’Ivg sia garantito ovunque in Italia. Il Comitato constata dunque – secondo una fonte di Strasburgo – una violazione del diritto alla salute in Italia per presunte difficoltà di accesso all’aborto in Italia. E circa la discriminazione che sfavorirebbe i medici non obiettori, il Comitato sembra aver fatto proprie le motivazioni presentate dal ricorrente, che appaiono d’altronde generiche e difficili da verificare o da smentire. Secondo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, il CdE si sarebbe espresso su dati vecchi, riferiti al 2013, mentre la situazione “oggi è diversa” e “non c’è alcuna violazione del diritto alla salute”.

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