Rubrica Opere di Misericordia, Don Gian Luca Rosati: “Assistere gli ammalati”

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ospedale fotoDIOCESI – Prosegue la rubrica sulle opere di Misericordia di don Gian Luca Rosati

Leggi i primi quattro articoli:
– Don Gian Luca Rosati inaugura una nuova rubrica sulle opere di Misericordia
– “Dare da mangiare agli affamati”
– “Accogliere i forestieri”
– “Dar da bere agli assetati”

«Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita» (Gv 5,7).

Sto leggendo il Vangelo di Giovanni quando incontro queste parole di un paralitico che mi sconvolgono la mattinata. Prendo coscienza di botto che quel nessuno sono proprio io.

Io che, dall’alto della mia scontata salute fisica, non ho occhio per un uomo paralizzato.
Io che potrei fare il bene… e me ne guardo bene.
Io che potrei dare una mano a qualcuno, ma per paura che mi rallenti, passo a largo o mi dileguo in fretta.

«Vuoi guarire?», gli aveva chiesto Gesù.
«Signore, non ho nessuno…», fu la risposta dell’ammalato.

Più della paralisi è la possibilità di questa solitudine a farmi paura.
Potrei ammalarmi, aver bisogno di cure, non essere più autosufficiente; potrei diventare incapace di muovermi e di comunicare con il mondo esterno; potrei perdere la testa e non capire più niente,…

Mi basta pensarci per un momento e già sento arrivare l’angoscia!

Eppure, più di tutto quello che potrebbe capitarmi, mi fa paura la possibilità reale di dire: «Signore, non ho nessuno».

Visitando le famiglie il primo venerdì di ogni mese, o in occasione delle benedizioni pasquali, ho la possibilità di incontrare le persone nel loro ambiente quotidiano e rimango edificato da testimonianze di prossimità a persone malate o bisognose di tutto. Incontro uomini e donne che, nel nascondimento delle loro case, perdono la vita per il bene dell’altro e sono capaci di una tenerezza straordinaria!

Anche se l’altro è ormai incapace di riconoscerle, esse gli restano accanto. Imparano un nuovo linguaggio fatto di carezze, attenzioni, strette di mano, sorrisi, sguardi.

Avverto qualcosa di sacro in quelle case, avverto chiara la presenza di Gesù. Lo riconosco vicino all’ammalato, poi lo vedo nella persona dell’ammalato, ma anche nel barelliere, nel suo angelo custode, nell’amorevole badante.

Mi rendo conto che la vera malattia, la vera sofferenza è quella sensazione d’esser soli e abbandonati davanti a un nemico troppo grande; è la paura di non avere alleati, compagni di battaglia verso cui poter volgere uno sguardo d’intesa, prima di balzare fuori dalla trincea per l’ultimo assalto.

La vera malattia si chiama solitudine, si chiama indifferenza.

Ed è una malattia che si vince solo avvicinandoci ai fratelli, solo sforzandoci di restare accanto all’amico nel momento della prova.
Scopriremo, così, d’essere sostenuti dalla forza di Dio; ci accorgeremo che, pur non essendo medici, abbiamo da offrire la medicina che vince ogni morte: l’amore. «L’amore guarisce», diceva il santo medico Giuseppe Moscati.

Mentre scrivo, mi vengono in mente le parole di un bellissimo prefazio:
«È veramente giusto lodarti e ringraziarti, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, in ogni momento della nostra vita, nella salute e nella malattia, nella sofferenza e nella gioia, per Cristo tuo servo e nostro Redentore.
Nella sua vita mortale egli passò beneficando e sanando tutti coloro che erano prigionieri del male. Ancora oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza. Per questo dono della tua grazia, anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale del tuo Figlio crocifisso e risorto. E noi, insieme agli angeli e ai santi, cantiamo con voce unanime l’inno della tua gloria…» (Prefazio comune VIII).

Gesù sta lì, vicino a quell’uomo, prigioniero da trentotto anni.
Gli rivolge la parola e riaccende in lui il desiderio di una condizione diversa: «Vuoi guarire?» (Gv 5,6).

Forse il paralitico si sarà chiesto che cosa potesse ancora significare per lui guarire. Forse dopo trentotto anni di malattia, si era rassegnato a doversi accontentare di quel minimo che gli veniva riconosciuto da chi gli stava intorno.
Forse, dopo svariati tentativi inutili, non trovava più la voglia di provare a rialzarsi: «C’è sempre qualcuno che scende nella piscina prima di me».

E mentre stai fermo a guardare quell’acqua che s’agita, lì davanti, a portata di mano… e fai i conti con la tristezza di vederla vicina e di non poterla raggiungere… Mentre piano piano viene meno il desiderio di una guarigione che, col passare del tempo, appare sempre meno probabile… Quando ti fermi e non attendi più nulla…

…lì ti incontra Gesù.
Cerca proprio te e risveglia i tuoi bei sogni, quelli che le circostanze della vita ti avevano rapinato. Ti fa una domanda e ti ricordi che volevi guarire, che hai provato a guarire, ma poi ti sei seduto, non ti sei lasciato curare, non sei stato aiutato, non hai più cercato aiuto,…

Ora mi riconosco nel paralitico.
C’è voluto tutto quello che ho scritto prima, per arrivare a questa conclusione.
Sono io quel malato che s’è chiuso, che ha rinunciato ad affrontare le salite, che s’è scoraggiato, che ha perso la direzione e aspetta d’esser preso in braccio e portato. Sono io che ho bisogno dell’olio della consolazione e del vino della speranza.

Una volta che tu, Gesù, li avrai versati sulle mie ferite, sarò capace di guardare l’altro con misericordia e di fargli misericordia.

Poi, sarà lo slancio del Vangelo a darmi il coraggio di farmi prossimo e la forza per sollevare ogni paralitico e portarlo a incontrare Te, che mi hai guarito (Mc 2,1-12)!

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