Mombasa“Di quel triste giorno ricordo i ragazzi suddivisi in file, sulla base della propria religione. Ricordo che quasi tutti i cristiani sono stati uccisi. E ricordo il numero delle vittime, 148: ragazzi innocenti, indifesi e disarmati”. In un’intervista esclusiva ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, l’arcivescovo di Mombasa, monsignor Martin Musonde Kivuva, torna con la mente al 2 aprile 2015, giorno in cui un commando di uomini armati appartenenti al gruppo terroristico al-Shabab, hanno fatto irruzione al Garissa University College. I fondamentalisti hanno preso in ostaggio oltre 700 studenti, dividendoli tra musulmani e cristiani sulla base della loro capacità di rispondere ad alcune domante relative alla religione islamica. Secondo quanto riportato da testimoni, i musulmani sono stati liberati mentre i cristiani uccisi. In questo primo tragico anniversario molte in Kenya le iniziative a memoria dei giovani assassinati. Nell’arcidiocesi di Mombasa, di cui la diocesi di Garissa è suffraganea, oggi si terrà un momento di preghiera. I leader di tutte le religioni si sono inoltre recentemente incontrati “per ribadire insieme il nostro no al terrorismo e affermare a voce alta che fatti come quello avvenuto all’University College non devono accadere”. Mons. Kivuva riferisce ad Acs come dall’attacco di Garissa ad oggi siano state rafforzate le misure di sicurezza delle chiese ma anche di scuole ed università. “Al momento la situazione sembra tranquilla, ma non si possono escludere nuovi attacchi. Una nota sicuramente positiva è però la maggiore consapevolezza dei kenioti in merito al pericolo del terrorismo. Molte famiglie oggi sono attente a che i propri figli non frequentino le aree a forte presenza di estremisti”. Il presule sottolinea infatti come a causa della mancanza di lavoro, educazione e prospettive, i giovani kenioti siano facilmente reclutati previo compenso da al-Shabab. “Una delle migliori strade per permettere ai ragazzi di rimanere sulla retta via è quella di offrire loro formazione ed opportunità lavorative. E poi educazione, educazione, educazione. È la prima cosa di cui il nostro paese ha bisogno per andare avanti”.