C’è un negoziatore in Libia

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LIbiaDi Stefano Costalli

Pochi giorni fa Fayez al-Serraj è arrivato in Libia con la carica di Primo Ministro del governo di unità nazionale, formato dopo oltre un anno di trattative fra le delegazioni dei governi di Tobruk e di Tripoli, sostenuto dall’Onu e dall’Unione Europea, ma non accettato ufficialmente dai parlamenti dei due governi che avevano inviato le delegazioni a negoziare. Molti si chiedevano quindi se al-Serraj avesse alcuna possibilità concreta di raccogliere intorno a sé un potere reale, di essere accettato dai tanti gruppi che si fronteggiano tuttora in Libia e che mantengono oltre 200 milizie diverse.
L’impresa è certamente ardua, ma al-Serraj ha già raccolto qualche importante risultato. Prima di tutto, il governo islamista di Tripoli si sta sfaldando. Il suo leader Khalifa Gwell ha abbandonato la città e molti sindaci di città e centri minori prima sotto il suo controllo, fra cui Sabratha, Zawya e Zuara hanno dichiarato di sostenere il nuovo premier. In secondo luogo, al-Serraj ha incassato l’appoggio del governatore della Banca centrale libica, che controlla oltre 70 miliardi di riserve e che finora ha continuato a pagare molti stipendi, immettendo nella disastrata economia del Paese preziosa liquidità. In terzo luogo, si sono schierate al fianco del premier sostenuto dall’Onu anche le guardie petrolifere e la compagnia petrolifera libica, che rappresentano un tassello fondamentale per il futuro della Libia. Chi controlla i pozzi petroliferi, controlla la ricchezza del Paese e ne decide gli interlocutori sul piano internazionale.
Alcuni osservatori fanno giustamente notare che in un panorama come quello libico, in cui il potere è polverizzato fra mille attori diversi che fondano la propria pretesa legittimità su logiche etniche, territoriali e religiose, combattendosi spesso con l’uso delle armi,

al nuovo premier manca un esercito forte, che possa difenderlo efficacemente ed eventualmente sconfiggere le milizie che non vorranno accettare il nuovo corso.

Tuttavia, da queste prime mosse sembra che al-Serraj sia perfettamente consapevole di questa sua debolezza e che abbia deciso di affrontarla giocando strategicamente, senza sottovalutarla. Non potendo imporsi con la forza nella violenta politica libica, al-Serraj ha deciso di affrontare il problema indirettamente, partendo dall’economia per arrivare alla politica. Egli sa che la Libia è potenzialmente un Paese molto ricco, crede che la maggioranza della popolazione sia esasperata dall’insicurezza permanente e che molti vogliano stabilità e sviluppo economico. La Libia è stata distrutta dall’uso delle armi, ma le armi non costruiscono. Il governo di al-Serraj è nato da un estenuante sforzo diplomatico e sembra che il nuovo premier abbia intenzione di procedere con lo stesso metodo. Ha incontrato molte autorità locali, dovrà esercitare l’arte del negoziato e adesso che ha in mano le chiavi dell’economia libica potrà promettere ai suoi interlocutori una nuova partenza per l’economia dal Paese, che produca ricchezza come ai tempi di Gheddafi ma che sia più equamente distribuita. E’ un lavoro molto difficile, ma non impossibile.

Quasi certamente alcuni attori, primo fra tutti l’Isis, cercheranno di sabotare questo processo a ogni costo

e ad un certo punto anche al-Serraj avrà bisogno di un vero esercito, ma meglio sarebbe per tutti se questo esercito fosse libico e non straniero. La comunità internazionale dovrebbe da subito mettersi in ascolto, fornire incentivi chiari e forti, rendersi disponibile a far ripartire l’economia libica e a sostenere lo sviluppo della sua società. Non si può escludere la necessità di fornire sostegno militare ad al-Serraj se lo richiederà, ma sarà necessario valutare attentamente l’operato del premier e favorire la responsabilità dei libici. Gli interventi esterni senza una strategia politica di lungo termine di solito non finiscono bene.

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