Per onorare davvero la memoria di Giulio Regeni

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RobertoDi Roberto Pensa

Il volto di Giulio Regeni è entrato nel cuore di tutti gli italiani: un campione della nostra “meglio gioventù”, quella che sempre più spesso per trovare spazio e realizzazione nella vita è costretta a varcare le frontiere e ad andare a cercare il proprio futuro per le strade del mondo. Per questo le parole della mamma Paola nella conferenza stampa con cui martedì 29 marzo ha invocato ancora una volta giustizia, sono arrivate ancor più dirette al cuore, anzi allo stomaco. Ha paragonato il volto sorridente del figlio, quello che tutti ci siamo abituati a vedere nelle fotografie diffuse dai mass media, col volto “piccolo piccolo” della salma restituita ai familiari, un viso, ha sottolineato mamma Paola, “in cui ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui”

E’ una domanda che ci interroga a fondo. E’ una domanda che scuote in profondità l’Italia intera e specialmente il Friuli, patria di Giulio.

Troppo lontana quella orribile violenza dallo standard di civiltà di una terra animata da un tessuto connettivo di mille piccoli paesi come Fiumicello, il borgo natale di Giulio, dove il senso dell’estraneità e dell’anonimato che avvolge ormai altri luoghi non è ancora riuscito a scalfire un profondo senso di comunità, che fa gioire e soffrire con gli altri e rende, chi più chi meno, tutti sensibili alle vicende dei vicini. Una vicinanza che stempera le divisioni, anche quelle ideologiche, che non impedisce a un giovane ricercatore simpatizzante del marxismo di avere una grande confidenza col parroco e di essere apprezzato da tutti.

Cosa può spingere ad una tale violenza? Chi il colpevole? Visto da Fiumicello, dove ancora ci sono anziani che sono nati quando il comune si trovava nell’ordinato e civile impero austro-ungarico, in una provincia di Udine dove i reati violenti toccano i minimi in tutta Italia, la terribile domanda rimane necessariamente senza una risposta sensata.

Va rigirata con forza al presidente Al-Sisi, che deve mettere fine alle bugie (alcune delle quali profondamente denigratorie per la memoria di Giulio) per coprire il misfatto e consegnare alla giustizia responsabili e mandanti.

Però questo non basta. Per i nostri governanti e anche per gli operatori della comunicazione rimane aperta un’altra questione. Il caso di Giulio Regeni purtroppo in Egitto non è affatto isolato. Nel solo primo scorcio del 2016, secondo Amnesty International, nel Paese delle piramidi si sono già verificati 88 casi di tortura, di cui 8 con esito mortale. Nel 2015 i casi di tortura sono stati 1676, di cui 500 finiti con la morte.

Chiedere giustizia per Giulio non può esimerci dal chiedere giustizia per queste altre 500 vittime ignote, come Regeni stesso avrebbe voluto, lui che si stava dedicando allo studio dei movimenti democratici nati dalla Primavera egiziana di Piazza Tahrir.

Chi ha messo al potere il generale Al-Sisi? Chi ha tollerato il rovesciamento del governo democraticamente eletto, la messa al bando dei movimenti di opposizione e lo stato di polizia che ne è derivato? In prima battuta l’esercito egiziano, ma di certo con l’avallo di Washington e delle cancellerie europee, tra cui anche Palazzo Chigi. Non possiamo quindi lavarci tranquillamente le mani lungo le sponde del Nilo. Oltre al nome degli assassini, per onorare davvero la memoria di Giulio, occorrerà una forte pressione per far ritornare i diritti umani nelle strade del Cairo. E occorrerà che l’Unione europea, oltre ai già fiorenti scambi commerciali, cominci ad esportare il suo bene più prezioso, la democrazia.

(*) direttore de “La Vita Cattolica” (Udine)

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