Via Crucis: il grido degli ultimi e la pazienza degli umili

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Papa Via CrucisZenit di Luca Marcolivio

Una storia lunga 266 anni. Celebrato per la prima volta nel 1750 e tornato in auge in epoca moderna durante il pontificato del beato Paolo VI, si è ripetuto questa sera il tradizionale rito della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo.

In una Roma segnata da misure di sicurezza rafforzate, a seguito degli attentati di Bruxelles, nel cuore dell’antico teatro dove, secondo la tradizione, si consumarono i più crudeli e plateali massacri dei primi cristiani nella capitale imperiale, è assurta a sacralità la realtà più ‘scomoda’ dell’epoca contemporanea.

Gli “ultimi” e le vittime della “cultura dello scarto” del mondo d’oggi sono le figure di primo piano della Via Crucis al Colosseo, con le meditazioni curate dal cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Gualtiero Bassetti.

A portare la Croce, il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, seguito da volontari e disabili dell’UNITALSI, da Frati di Terra Santa, da alcune famiglie e da numerosi stranieri, provenienti da Cina, Russia, Paraguay, Bosnia, Ecuador, Uganda, Kenya, Messico, Repubblica Centrafricana, USA, Bolivia e Siria.

La prima stazione (Gesù è condannato a morte) è già profondamente emblematica: “tra la vita e la verità”, Pilato sceglie la propria vita, “tra l’oggi e l’eternità, sceglie l’oggi”. È il contrasto tra le nostre comodità e la vera libertà, da cui nasce “la paura del diverso, dello straniero, del migrante”, nonché “del futuro, degli imprevisti, della miseria” ma, soprattutto, “di Dio”, a causa della nostra “poca fede”.

È ancora la verità a provocarci fortemente nella seconda stazione (Gesù è caricato della croce): nella sequela di Cristo, “il cristiano accetta lo scherno e le umiliazioni che derivano dall’amore della verità”, non si accontenta di “verità parziali o apparenti”, né si lascia ingannare da “profeti di sventura” o da “abili pifferai che anestetizzano il nostro cuore con musiche suadenti che ci allontanano dall’amore di Cristo”.

Nella terza stazione (Gesù cade la prima volta sotto la croce) c’è spazio per le grandi domande sul rapporto tra Dio e il male: “Dov’è Dio nei campi di sterminio? Dov’è Dio nelle miniere e nelle fabbriche dove lavorano come schiavi i bambini? Dov’è Dio nelle carrette del mare che affondano nel Mediterraneo?”. La risposta è che “Dio è tra gli scarti, ultimo tra gli ultimi, naufrago tra i naufraghi” e, tuttavia, sempre “fedele a se stesso” e “fedele nell’amore”. Si eleva quindi una preghiera per gli ebrei morti nell’Olocausto, per i cristiani perseguitati, per i bambini ridotti in schiavitù, per gli innocenti morti in guerra.

Maria, protagonista della quarta stazione (Gesù incontra sua Madre) è la pietra d’angolo di ogni famiglia del mondo, poiché è “segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto”; è sempre pronta a soccorrere la famiglia come “cellula inalienabile della vita comune; architrave insostituibile delle relazioni umane; amore per sempre che salverà il mondo”.

Sula stessa lunghezza d’onda, la meditazione della quinta stazione (Gesù è aiutato da Simone di Cirene a portare la croce), che gira il coltello nella piaga di quelle sofferenze che ci appaiono “come una costrizione, talvolta perfino come un’ingiustizia”: ad esempio la nascita di un “bambino disabile”. Ma “Dio si sporca le mani con noi, con i nostri peccati e le nostre fragilità, non se ne vergogna e non ci abbandona”.

È ancora la sofferenza, quella sofferenza che “ci fa ribrezzo” e ci fa “fuggire” ad accompagnare la meditazione della sesta stazione (Veronica asciuga il volto di Gesù). Tanti “volti sfigurati” ci fanno voltare lo sguardo dall’altra parte, come succede con i “milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature”, per i quali solo Dio sa manifestarsi “come un soccorritore coraggioso”.

Nella nona stazione (Gesù cade per la terza volta) c’è un pensiero per le sofferenze provocate da una “famiglia spezzata” o per chi pensa “di non avere più dignità”, perché non ha lavoro.

La decima stazione (Gesù è spogliato delle vesti) è un vero e proprio grido di dolore, con la sua menzione delle “piaghe dei bambini profanati nella loro intimità”.

La dodicesima stazione (Gesù muore in croce) è il richiamo ai martiri, in particolare i martiri del XX secolo come Massimiliano Kolbe ed Edith Stein, che “esprimono una luce immensa”, mentre quelli del XXI secolo sono “i veri apostoli del mondo contemporaneo”.

Le riflessione pacate ma vibranti del cardinale Bassetti trovano poi sintesi mirabile e carica di pathos nella preghiera O Croce di Cristo! recitata da papa Francesco al termine delle quattordici stazioni.

Tutto è frutto di quella crocifissione di due millenni fa: i “nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco”; i “volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate”; i “fondamentalismi” e il “terrorismo” di quanti “profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze”; i “venditori di armi”; l’“insaziabile cimitero” del Mediterraneo e dell’Ego, divenuto “immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata”.

Le piaghe che squarciano la carne di Cristo, però, sono anche nelle realtà del mondo vicino a noi e nella nostra Chiesa, troppo spesso guastata dai “dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto”.

La Croce di Cristo è ancora visibile “nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità”; “nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni”; in coloro che vogliono togliere la croce stessa “dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza” che Cristo stesso ci ha insegnato.

Non tutto è buio e segno di sconforto, tuttavia, nella Croce di Cristo: la troviamo “nei ministri fedeli e umili”; nelle “suore” e nei “consacrati” che, da “buoni samaritani”, bendano “le ferite della povertà e dell’ingiustizia”; nei “misericordiosi” e nelle “persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti”; “nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale”.

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