SudafricaDi Davide Maggiore

Studenti in rivolta e aule che bruciano. Non è un’istantanea del Sudafrica della segregazione razziale, ma quello che è accaduto pochi giorni fa nel Paese: più precisamente a Mahikeng, nella provincia di Nordovest, dove ha sede un’importante università locale. Che però da fine febbraio è chiusa, dopo che gli studenti in rivolta hanno dato alle fiamme l’edificio dell’amministrazione e si sono scontrati con la polizia e le guardie incaricate di sorvegliare il campus.

Proteste diffuse. Non è un caso isolato, quello di Mahikeng, ma la conseguenza estrema di un malcontento che, in varie forme, attraversa tutto il Paese da oltre un anno. Nel 2015 i disordini hanno investito diversi campus: tra i più importanti, la Tshwane University of Technology della capitale amministrativa Pretoria, anche se le proteste con la più forte carica simbolica si sono verificate altrove. Ad esempio a Città del Capo, dove una campagna degli studenti contro la presenza di una statua del colonialista e imprenditore britannico Cecil Rhodes è diventata il simbolo della protesta contro il razzismo ancora strisciante in alcuni ambienti. A Stellenbosch, invece, ad essere presa di mira è stata la preferenza data alla linguaafrikaans, parlata soprattutto dall’élite bianca che aveva promosso e sostenuto l’apartheid, nell’insegnamento. Ma con l’andare dei mesi,

obiettivo delle proteste sono diventate soprattutto le tasse universitarie,

che il governo aveva deciso di aumentare: un provvedimento, quest’ultimo, destinato a creare problemi soprattutto ai giovani provenienti da famiglie più povere, cioè, ancora una volta, in massima parte ai neri. L’annuncio del governo che gli aumenti sarebbero stati congelati per un anno ha calmato solo in parte la situazione, come dimostra l’episodio di Mahikeng, e le voci di chi chiede l’inizio di un dialogo su basi diverse si sono moltiplicate. Particolarmente forte è stata quella dei vescovi cattolici, che all’inizio di marzo hanno ufficialmente proposto di far sedere al tavolo dei futuri negoziati, insieme ai rappresentanti di governo, università e studenti, anche quelli dei leader religiosi del Paese.

“Potremmo rappresentare una voce diversa e creare quell’atmosfera capace di far partire il dialogo”,

chiarisce a questo proposito mons. Abel Gabuza, vescovo cattolico di Kimberley e presidente della Commissione giustizia e pace.

Bene comune. Al di là dell’insieme di motivazioni economiche, storiche e culturali che ha provocato le varie mobilitazioni, mons. Gabuza individua un’altra questione fondamentale: quella dell’assenza nel Paese di una sensibilità condivisa per il bene comune. “L’apartheid portava con sé lo sfruttamento di una parte della popolazione ad opera dell’altra – ricorda il presule, guardando al passato per individuare la radice del problema -. Tra noi si è creata una divisione, al punto che non abbiamo mai parlato con una sola voce e ci vorranno ancora molti anni prima che riusciamo a farlo, tutti insieme, in quanto sudafricani”. Per cambiare questo stato di cose, il contributo della Chiesa può essere prezioso:

“Noi cattolici dobbiamo parlare di bene comune in modo da unire tutti dietro questo concetto – prosegue il vescovo -. Per quanto riguarda le università, il messaggio che deve passare è che bisogna aver cura di queste strutture perché sono un nostro patrimonio collettivo: è difficile trasmettere questa idea viste le politiche divisive del passato, ma come Chiesa non smetteremo mai di tentare e col tempo ci riusciremo”.

In questa ricerca di un terreno comune, le rivendicazioni degli studenti non potranno essere ignorate: “Sono legittime – riconosce mons. Gabuza – ma il bene comune, rappresentato dalle università costruite con i soldi di tutti i cittadini, va tutelato sia oggi, sia pensando alle generazioni future”. Per la Chiesa, di conseguenza, si apre anche un altro compito dopo quello della possibile mediazione. “Le azioni degli studenti dipendono anche dalla loro rabbia e dalla mancanza di una leadership che li porta a compiere azioni che vanno anche contro i loro interessi”, spiega infatti il vescovo di Kimberley. E in un contesto in cui i partiti politici si sono divisi sulle proteste – in parte sostenute da esponenti dell’opposizione radicale – un ruolo moderatore e di guida potrebbe venire, suggerisce Gabuza, proprio dall’“autorità morale” che molti sudafricani ancora riconoscono alle confessioni religiose.