Nella partita siriana tornano i conti, eccome, al Putin calcolatore

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PutinDi Stefano Costalli

Il parziale ritiro delle forze russe dalla Siria annunciato qualche giorno fa da Putin ha permesso al presidente russo di conquistare nuovamente il centro del palcoscenico internazionale e contiene vari messaggi. Il primo messaggio consiste appunto nel ribadire che la Russia è un attore da cui non si può prescindere, una potenza globale che vuole e può fare la differenza nelle crisi internazionali, almeno quanto gli Stati Uniti e forse anche più di questi, se non altro nella gestione Obama. In secondo luogo, dichiarando che la “missione è stata compiuta”, Putin ha chiarito al mondo e anche ad Assad quali fossero i termini della missione, quali siano gli obiettivi che Mosca è pronta a perseguire con la forza e quali siano i limiti dell’intervento diretto. Come alcuni analisti avevano intuito, l’obiettivo centrale dell’intervento russo non era l’annientamento dell’Isis, che è stato indebolito ma non debellato. Tuttavia, al centro della strategia di Putin non c’è neppure un sostegno incondizionato ad Assad, che non ha trovato l’appoggio desiderato quando ha manifestato la sua intenzione di riprendersi tutto il territorio siriano, adesso che l’opposizione è stata indebolita e allontanata da Damasco grazie ai bombardamenti russi.

Dall’inizio dell’anno il governo russo ha mantenuto toni piuttosto freddi nei confronti di Assad e qui arriviamo al terzo messaggio che la mossa di Putin lascia intendere sul piano internazionale.

Ciò che il Cremlino reputa fondamentale è preservare l’unità dello stato siriano e mantenere le proprie basi militari nella regione.

Non è più detto (al contrario di qualche mese fa) che Assad debba necessariamente far parte del futuro della Siria, anche se certamente Mosca non permetterà che tutto l’establishment attuale venga azzerato. Si tratta in questo caso di un messaggio rivolto principalmente agli Stati Uniti, una dimostrazione di flessibilità e di disponibilità a negoziare (forse) a viso aperto. Esiste poi anche un messaggio rivolto all’interno della Russia, ed è volto a dimostrare non solo l’efficacia, ma anche l’affidabilità del Presidente.

Putin ha riportato la Russia a essere una grande potenza, sa scegliere gli obiettivi e sa raggiungerli, non lancia le proprie truppe in avventure di cui non si conoscono bene i limiti, che rischiano di trasformarsi in emorragie lunghe anni. L’utilizzo delle forze russe fuori dai confini nazionali deve essere mirato e ragionato.

Putin non vuole rischiare un altro Afghanistan, non solo perché non vuole deludere i suoi sostenitori, ma anche perché sa benissimo che le casse dello stato non potrebbero permettersi sforzi bellici prolungati.

Infine, l’ultimo messaggio è rivolto ai grandi contendenti del Medio Oriente: Iran e Arabia Saudita. Sono loro che devono accordarsi sulla sistemazione (leggi “spartizione”) della regione. La Russia e (in misura ancora minore) gli Stati Uniti sono disposti a intervenire per evitare il completo sfaldamento della regione e l’instaurarsi di un’egemonia al posto di un equilibrio fra le due potenze regionali, ma non sono disposti a fare tutto il lavoro sporco. Se Iran e Arabia Saudita vogliono la stabilità, devono impegnarsi direttamente.

Dunque, ne esce un Putin vincitore? Diciamo che ancora una volta ne esce un Putin calcolatore. Non sempre i calcoli di Putin riescono, ma rispetto ai leader delle altre maggiori potenze ha certamente le idee più chiare su quali siano gli interessi nazionali del proprio Paese e su come ottenerli. Non sempre il presidente russo individua le mosse giuste al primo turno, ma normalmente gli altri giocatori gli lasciano margine per recuperare. Che poi i mezzi per ottenere gli obiettivi della politica estera russa includano spesso e volentieri l’uso della forza armata è un altro discorso, ma anche su questo punto forse non dovremmo guardare soltanto a Putin.

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