“Gesù non ci fa la morale, è venuto per liberarci!”

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Zenit di Luca Marcolivio

Gesù non è un “moralista”, semmai siamo noi che abbiamo “moralizzato il Vangelo”. Lo ha sottolineato padre Ermes Ronchi, durante la quinta meditazione in occasione degli esercizi spirituali della Curia Romana nella Casa del Divin Maestro, ad Ariccia.

L’episodio evangelico del perdono di Maria Maddalena (Lc 8,2-3), ha fornito a padre Ronchi lo spunto per parlare dei farisei di ogni tempo, della burocratizzazione della fede e della “sclerocardia”, ovvero la durezza di cuore.

Tutti atteggiamenti più che mai estranei a Gesù Cristo che, invitato nella casa di Simone il fariseo, manda in frantumi tutte le convenzioni e si lascia lavare i piedi da una prostituta. Contestualmente la peccatrice viene “perdonata perché ha molto amato”.

“Nella cena a casa di Simone il fariseo – ha commentato il predicatore – va in scena un conflitto sorprendente: il pio e la prostituta; il potente e la senza nome, la legge e il profumo, la regola e l’amore a confronto”.

Mentre lo sguardo di Gesù è “non giudicante” e “misericordioso”, Simone ha fatto del peccato “l’asse portante della religione”, compiendo così “l’errore dei moralisti di ogni epoca, dei farisei di sempre”.

Gesù, al contrario, non mette al centro la morale ma “la persona con lacrime e sorrisi, la sua carne dolente o esultante, e non la legge”, al punto che, ha osservato Ronchi, nel Vangelo è più frequente la parola “povero” che non “peccatore”.

“Adamo è povero prima che peccatore – ha affermato Ronchi -. Siamo fragili e custodi di lacrime, prigionieri di mille limiti, prima che colpevoli”.

Nei secoli, i cristiani hanno “moralizzato il Vangelo”, eppure “in principio non era così”, ha aggiunto il Servo di Maria, citando il suo confratello padre Vannucci, che ricordava: “il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione”, che “ci porta fuori dal paradigma del peccato per condurci dentro il paradigma della pienezza, della vita in pienezza”.

Se il fariseo vede in Maria Maddalena soltanto il suo passato di “trasgressioni”, Gesù, pur non fingendo di non sapere chi è, preferisce vedere in lei “il molto amore di oggi e di domani”, quindi la accoglie “con le sue ferite e soprattutto con la sua scintilla di luce, che Lui fa sgorgare”.

Con il suo gesto di perdono, Gesù ha rovesciato la prospettiva di quel momento conviviale: non è più il padrone di casa al centro dell’attenzione, il fariseo, ricco, potente e rispettato ma una donna fragile, ferita, che ha commesso molti errori.

Gesù dà, così, “spazio agli ultimi”, sposta “il punto di vista dal peccato della donna alle mancanze di Simone, lo destruttura, lo mette in difficoltà come farà con gli accusatori dell’adultera nel tempio”. Egli non ragiona mai “per categorie o stereotipi” ed è “sovranamente indifferente al passato di una persona, al sesso di una persona”. Anche lo Spirito Santo, ha aggiunto padre Ronchi, distribuisce i suoi doni “senza guardare al sesso delle persone”.

È significativo, che Gesù, commosso dal gesto della “peccatrice sconosciuta e innamorata”, a sua volta, “laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà”. Infatti, “quando ama, l’uomo compie gesti divini, Dio quando ama compie gesti umani, e lo fa con cuore di carne”, ha aggiunto il predicatore.

La meditazione si chiude con un appello ai confessori, perché nei penitenti non vedano la “norma applicata o infranta” ma “le persone, con i loro bisogni e le loro lacrime”. Se, al contrario, si classificano le persone all’interno di una “categoria”, si finisce per alimentare la “durezza del cuore, la sclerocardia, la malattia che Gesù più temeva” e diventare “burocrati delle regole e analfabeti del cuore”, non incontrando “la vita, ma solo il nostro pregiudizio”.

La sesta meditazione, tenutasi stamattina, ha avuto invece ad oggetto due temi di grande attualità per la Chiesa e non solo: la trasparenza dei beni e l’equa distribuzione del cibo.

“Ci sono persone così affamate che, per loro, Dio non può avere che la forma di un pane”, ha esordito padre Ronchi. Vi sono quindi milioni di persone che non chiedono una “definizione religiosa” ma soltanto da mangiare. La risposta della Chiesa a questo dramma sociale è essenzialmente nel Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14,13-21).

Alla lamentela dei discepoli sulla scarsità di cibo, Gesù, in modo “molto pratico”, domanda loro di “fare il conto” delle pagnotte e dei pesci presenti. Ha dunque proposto loro una operazione di “verifica” e di “trasparenza”, che chiama in causa anche la Chiesa di oggi. “Con la trasparenza si è veri. E quando sei vero sei anche libero”, ha commentato Ronchi. Gesù, ha osservato il Servo di Maria, “non si è fatto comprare da nessuno” e “non è mai entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero”.

Nessun cristiano deve farsi prendere dalla smania di “trattenere” o “gestire” i suoi beni ma, al contrario, sposare la “logica di Gesù”, che è “quella del dono”. Gesù “non bada alla quantità del pane”, vuole, piuttosto, che sia condiviso. “Secondo una misteriosa regola divina: quando il mio pane diventa il nostro pane, allora anche il poco diventa sufficiente”, ha spiegato Ronchi. Al contrario, guardacaso, “la fame comincia quando io tengo stretto il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene stretto il suo pane, i suoi pesci, i suoi beni per sé”.

Sfamare tutta la terra è quindi possibile, ha proseguito il predicatore, poiché il pane “non occorre moltiplicarlo, basta distribuirlo, a cominciare da noi”, secondo la logica del “date e vi sarà dato”: solo così possiamo “battere il Golia dell’egoismo, dello spreco del cibo e dell’accumulo di pochi”.

“Il miracolo sono i cinque pani e i due pesci che la Chiesa nascente mette nelle mani di Cristo fidandosi, senza calcolare e senza trattenere qualcosa per sé e per la propria cena”, che si presenta come quella “goccia nel mare” che “può dare senso e può dare speranza alla vita”, ha quindi concluso padre Ronchi.

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