Papa Francesco “Dio ha una cattiva memoria per i nostri peccati”

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PapaDi Luca Marcolivio

La celebrazione del sacramento della penitenza richiede “un’adeguata e aggiornata preparazione, affinché quanti vi si accostano possano «toccare con mano la grandezza della misericordia, fonte di vera pace interiore» (cfr Bolla Misericordiae Vultus, 17)”.

Lo ha detto papa Francesco, ricevendo oggi presso la Sala Regia del Palazzo Apostolico, i partecipanti al corso annuale sul Foro Interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica, rivolto primariamente ai seminaristi e ai novelli sacerdoti.

Ancora una volta, Bergoglio è tornato sulla parola chiave del suo pontificato e magistero: la “misericordia”, ha osservato, non è solo la “sintesi” e il “culmine” del “mistero della fede cristiana” ma rappresenta “la scelta definitiva di Dio a favore di ogni essere umano per la sua eterna salvezza”, che viene “sigillata con il sangue del Figlio di Dio”.

La misericordia di Dio è ‘gratuita’ ed è “davvero aperta a tutti” coloro che “la invocano”, poiché “coincide con il cuore stesso del Padre, che ama e attende tutti i suoi figli, in modo particolare quelli che hanno sbagliato di più e che sono lontani”.

In che modo, tuttavia, la misericordia può raggiungere i cuori umani? Ciò può avvenire, ha spiegato il Papa, “attraverso l’apertura di una coscienza sincera; per mezzo della lettura della Parola di Dio che converte il cuore; mediante un incontro con una sorella o un fratello misericordiosi; nelle esperienze della vita che ci parlano di ferite, di peccato, di perdono e di misericordia”.

In ognuno di questi casi, la “via certa” verso la misericordia è sempre Gesù Cristo che, venuto sulla terra per “perdonare i peccati” (Lc 5,24), permette di passare “dalla possibilità alla realtà, dalla speranza alla certezza” e di “celebrare la festa dell’incontro con il Padre”.

I confessori, ha raccomandato il Pontefice, devono dunque proporsi come “strumenti della misericordia di Dio”, stando attenti a “non porre ostacolo a questo dono di salvezza”. Ogni confessore è, infatti, “egli stesso, un peccatore, un uomo sempre bisognoso di perdono”, quindi, “deve dunque disporsi sempre in atteggiamento di fede umile e generosa, avendo come unico desiderio che ogni fedele possa fare esperienza dell’amore del Padre”.

Due “confratelli santi” che seppero esemplificare quel modello di confessore, sono stati indicati dal Santo Padre in Leopoldo Mandic e in Pio da Pietrelcina, le cui spoglie sono state esposte il mese scorso in Vaticano.

A braccio, Bergoglio ha poi formulato un provocatorio paradosso: “Dio ha una debolezza”, ovvero una “cattiva memoria” rispetto ai nostri peccati che dimentica con grande facilità.

Dopo l’assoluzione, ha ricordato Francesco, ogni penitente ha la “certezza per fede, che i suoi peccati non esistono più, sono stati cancellati dalla divina misericordia”.

Poiché, l’assoluzione è sempre un “giubileo del Cuore”, il confessore è un vero “canale di gioia”, allorché permette al fedele di non sentirsi più “oppresso dalle colpe, ma possa gustare l’opera di Dio che lo ha liberato”.

Il Papa ha quindi accolto come un “vero e proprio dono”, il vedere e accompagnare “persone che si accostano alla misericordia”, proprio in un tempo “segnato dall’individualismo”. Ciò investe i confessori di “un obbligo ancora maggiore di coerenza evangelica e di benevolenza paterna; siamo custodi, e mai padroni, sia delle pecore, sia della grazia”, ha aggiunto il Pontefice.

Di seguito, il Santo Padre ha esortato a rimettere al centro – e non solo in questo Anno giubilare – il Sacramento della Riconciliazione, “vero spazio dello Spirito nel quale tutti, confessori e penitenti, possiamo fare esperienza dell’unico amore definitivo e fedele, quello di Dio per ciascuno dei suoi figli, un amore che non delude mai”.

È ancora San Leopoldo Mandic a guadagnarsi la menzione di Francesco. Il cappuccino di origine croata era solito dire che “la misericordia di Dio è superiore ad ogni nostra aspettativa” e ai sofferenti ricordava la presenza in Cielo della Vergine Maria che, “ai piedi della Croce ha provato tutta la sofferenza possibile per una creatura umana, comprende i nostri guai e ci consola”.

Ai sacerdoti in difficoltà, per non poter oggettivamente assolvere i penitenti, il Papa ha proposto di “non legarsi solo al linguaggio parlato ma anche con quello dei gesti” e, comunque, di parlare “come un padre”, spiegando: “Io non posso assolverti ma posso assicurarti che Dio ti ama, e puoi benedire”.

In questo modo, anche il penitente non assolto, uscirà dal confessionale con la certezza “di aver trovato un padre che non bastona”.

Nei casi impossibili da assolvere, ha concluso, si benedice e si fa “tornare il penitente. E questo sarà una festa”.

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