CalcolatriceDi Nicola Salvagnin

Particolarmente acuto era stato, pochi giorni fa, l’appunto mosso dall’economista Francesco Giavazzi: due anni di riforme hanno cambiato alcune cose, non la pressione fiscale che grava sui contribuenti italiani, inchiodata al 43%. Sui contribuenti che pagano le tasse, ovviamente. Anche se c’è da registrare l’aumento dell’incassato da Equitalia nella sua attività di riscossione coattiva: più 11% in un anno, a quota 8,24 miliardi di euro.
Tanto? Bazzecole.

L’evasione fiscale in Italia raggiunge vertici mondiali, se tagliata a metà produrrebbe risorse nell’ordine di decine di miliardi di euro per lo Stato.

E sarebbe quindi un gioco abbassare le tasse a chi le paga tutte. Ma tant’è, in Italia evadere è facile, mentre altrove no. Quindi la possibilità di migliorare c’è, eccome. Attendesi la volontà di farlo.
Può darsi che uno stimolo a cambiare andazzo arrivi appunto dall’intendimento governativo di dare un taglietto al cuneo fiscale, cioè a quella morsa che stritola i redditi da lavoro, quella differenza macroscopica tra quanto un’azienda spende per retribuire un dipendente, e quanto quest’ultimo percepisce. Irpef progressiva e pesantuccia, addizionali Irpef regionali e comunali (chi vive a Roma, ad esempio, sa che non sono uno scherzo), contributi Inps che si mangiano un terzo della torta, più altri ammennicoli vari: c’è poco da sorridere quando si guarda la propria busta paga.
Pertanto la compagine governativa avrebbe intenzione di dare ossigeno alle tasche degli italiani (onesti): si parla di tagliare o l’Irpef o i contributi Inps, circa 6 punti percentuali da spartire tra azienda e lavoratore. Il taglio dell’Irpef sarà difficile: si può fare se la somma è compensata da qualche altra entrata. E non si può compensare con entrate aleatorie come ad esempio il recupero dell’evaso.
Più facile tagliare i contributi pensionistici, ma senza che lo Stato intervenga poi a ripianare il buco all’Inps perché sennò siamo al punto di prima. Il progetto che gira per le stanze governative è più semplice: meno contributi, meno pensione. Ma più soldi in tasca subito. Oppure gli stessi soldi ad alimentare una pensione integrativa, che viene tassata molto meno dei redditi da lavoro e colma il buco previdenziale.
La bella notizia è che non ci vuole la scalata dell’Everest per fare ciò: volendo, anche domani. Quella meno bella è che il vero vantaggio per un lavoratore medio – diciamo sui 2mila euro al mese lordi – non sarebbe da favola. C’è chi l’ha calcolato in 43 euro netti mensili in più in busta paga: un pugno in faccia è peggio, però non ci sarebbe da festeggiare a champagne. Chiaramente più interessante il vantaggio per redditi più alti e tassati quindi di più, sempreché poi non subentrino limitazioni com’è accaduto col “bonus Renzi”.

Peccato solo che ci si ostini a non voler considerare l’ipotesi migliore: quella di un taglio dell’attuale spesa pubblica, che genererebbe entrate immediate.

Ma può darsi, anzi lo diamo per certo che anche questo dossier sia finalmente nelle mani di chi ci governa, per un semplice motivo: da tempo si sposta all’anno successivo l’aumento del punto di Iva nel momento in cui si attivino le “clausole di salvaguardia” dei nostri conti pubblici. Sono 17 miliardi di euro quelli che servono per evitare l’aumento dell’Iva, un’imposta sui consumi che colpisce sì tutti (evasori compresi), ma che ha forti effetti depressivi sull’economia. La nostra è già anemica di suo, non c’è molta voglia di darle il colpo di grazia.
Quindi o si taglia, o si fa ulteriore debito. Magari l’Europa, dopo mesi di schermaglie, acconsentirebbe pure: ma per rianimare l’economia, insomma per un progetto di rilancio, di investimenti, di forte impulso. Non per mettere un’ulteriore pezza al buco.
Insomma dopo i mesi persi per il “decisivo” round delle unioni civili, e quelli che perderemo da qui alle elezioni amministrative di primavera, poi bisognerà ripensare in grande, fare scelte di peso, continuare in una certa direzione. Aspettiamoci grandi novità, sarà un’estate calda.