A tu per tu con Gabriele Alessandri che in questi giorni corre a favore del popolo Saharawi

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Gabriele

Di Sara De Simplicio e Simone Incicco

GROTTAMMARE – La SaharaMarathon è una manifestazione sportiva internazionale di solidarietà con il popolo Saharawi ed è giunta quest’anno alla dodicesima edizione.
E’ organizzata dalla Segreteria di Stato del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica con l’aiuto di volontari provenienti da diverse nazioni.
La SaharaMarathon, ha come obiettivi la promozione dell’attività sportiva tra i giovani e le giovani Saharawi, il finanziamento e lo sviluppo di progetti umanitari.
Ma vuole anche, attraverso lo sport, far conoscere e sensibilizzare il mondo su un conflitto che dura da più di 35 anni. 37 anni di sofferenza per un popolo che subisce le conseguenze di un conflitto che seppellisce le sue speranze, di generazione in generazione, nei campi profughi di Tindouf, lontano dal suo paese. 37 anni durante i quali la comunità internazionale non è riuscita a sbloccare la situazione.
Una corsa, per evitare che il popolo Saharawi venga dimenticato.

Per questi motivi Gabriele Alessandri di Grottammare ed atleta della
MarAvisMarathon Cupra Marittima ha deciso di aderire alla manifestazione e fino al 28 febbraio sarà impegnato proprio in questa importante maratona. Lo abbiamo intervistato.

Gabriele come è nata la tua passione per la corsa?
Io sono figlio di un calciatore che è arrivato in serie B e quando iniziai a giocare a calcio avevo sempre paura di non fare bella figura. Così a 11 anni decisi di smettere, anche se Cossignano a quel tempo non offriva altri sport. Quindi per molto tempo non feci niente, fino a quando all’età di 30 anni ricominciai così, con i miei amici e con mio padre: non avevo, però, particolari doto calcistiche…correvo solo, ma nessuno mi passava la palla. Allora un giorno, quasi per scherzo, dissi “Ragazzi se devo correre dentro al campo, vado a correre a lungomare!” E così feci. Da allora, smettendo di nuovo a giocare a pallone, mi sono dedicato alla corsa…e dalle corsette al lungomare mi sono poi iscritto alla Port 85 e ho iniziato a fare le gare.

Quando hai iniziato a fare le maratone? E quali hai “collezionato”
Ho iniziato a farle seriamente dopo i quarant’anni, attorno al 2006/2007. Ho fatto tre volte la maratona di Roma, poi quella di New York, poi quella di Torino e quella di Sorrento, poi ancora la 100 km in Tunisia, la Sahara Marathon in Algeria e infine lo scorso novembre la 165 km Oman in autosufficienza. Quest’ultima è stata davvero bellissima e particolare: per 6 giorni corri nel deserto e devi avere con te, nel tuo zaino, tutto l’occorrente per sopravvivere dato che agli atleti viene fornita solo l’acqua, anche sotto a 50° gradi e 10 chili di zaino, mica male!
Anche la Sahara Marathon in Algeria fa parte delle esperienze indimenticabili: quando arrivi lì ti accorgi che la maratona è la cosa meno importante. Vivere nelle tendopoli, attraversare i campi profughi, nel deserto…questo è quello che lascia il segno.
E’ diversa, diciamo, da una solita gara: chi vince non ha un premi, è una vittoria simbolica. E questa maratona è stata un’importante esperienza di vita. Raccontaci qualche aneddoto. In esperienze simili a quelle appena raccontate, dove la fame si fa sentire, riesci a comprendere davvero il valore delle cose perché nella sofferenza qualsiasi cosa diventa “oro”. Ricordo che, ad esempio, nell’ultima maratona, tra i rifiuti trovai un pacco di Pancarrè: all’inizio non lo raccolsi, credendo che qualcuno lo avesse lasciato lì per sbaglio e sarebbe poi tornato a riprenderselo. Un’ora dopo, però, il pacco era ancora lì: allora lo presi e lo portai tra le tende. Eravamo divisi in gruppi da circa 10 persone…e ci dividemmo quel pancarrè con una gioia incredibile, senza controllare ovviamente neanche la scadenza.

Cosa ti spinge a fare questo tipo di gare?
E’ una sorta di sfida con se stessi e oggi posso dire quasi con certezza che i limiti spesso ce li poniamo noi. Forse a maggio andrò a fare una corsa di 100 km ma se qualcuno me lo avesse detto 20 anni fa per me sarebbe stato impensabile. Tutto parte dalla testa: in momenti come quelli si trovano delle forze inaspettate: anche quando pensi di essere distrutto e di non farcela, le forze escono ancora… spesso è la testa a fare brutti scherzi e ad invitarti a cedere.

Com’è cambiata la tua vita con la “corsa”?
Lo sport ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita perché, su tanti aspetti, ti insegna anche uno stile di vita più salutare. E anche se ogni mattina mi sveglio alle 6 per andare a lavorare, la domenica mi alzo comunque presto per andare a correre quando invece potrei riposarmi. La passione per questa disciplina e le soddisfazioni che si ottengono, però, sono più forti di tutto.

Quanto tempo ti alleni?
Non moltissimo. Diciamo che il mio standard è mediamente tre volte alla settimana, cioè martedì, giovedì e domenica, durante la pausa pranzo per circa un’oretta. Anche se, quando posso, la domenica preferisco fare una gara che, per me che amo il confronto, è molto stimolante. Poi, però, ovviamente, per gare come quella di 165 km in Oman ho dovuto dedicare più tempo all’allenamento e per due mesi circa l’ho dovuto fare quasi tutti i giorni.

Qual è il messaggio della Sahara Marathon?
Dare maggiore visibilità possibile alla situazione nella quale si trova questo popolo che da 40 anni vive nei campi profughi algerini.
La gara conta poco, è solo un pretesto per portare un messaggio.
Poi devo dire che vivere con loro per una settimana in tende o case di terra ti trasmette comunque forti emozioni anche perché, pur nella loro semplicità, dimostrano di essere un popolo molto ospitale, aperto, tranquillo. Per questo torno lì volentieri, anche se non è tra le mie abitudini. Ho girato un po’ il mondo e difficilmente scelgo di tornare in un luogo dove sono già stato… non è mio solito, insomma. Ma per questo luogo faccio un’eccezione: lì mi sento coinvolto emotivamente. Quest’anno a partire poi saremo 40 italiani, la maggioranza proveniente dal nord e abbiamo fatto anche una raccolta di cibo, vivande, denaro da portare alla popolazione, seguendo dei progetti mirati. Partiremo sabato 20 e torneremo domenica 28 febbraio: sarà una settimana intensa, tra maratona e varie visite a scuole e altre cose realizzate attraverso dei progetti. Il nostro intento è infatti di aiutarli il più possibile, anche nel ripotare il concetto di “lavoro” ad un popolo che spera di tornare nella sua terra.

Che sensazione si prova a correre nel deserto?
L’abbinamento corsa-deserto è molto forte infatti, molte persone che vanno nel deserto a correre rimangono affascinate da una sorta di stato spirituale, sembra che lì si senta molto di più, forse perché il contatto con la natura e con l’immensità è più diretto, più selvaggio, senza i filtri della civiltà. Io, per esempio, tanti anni fa, durante un viaggio in Marocco, mi trovai a fare un giro per il deserto sui cammelli. Ad un certo punto, però, decisi di scendere e fare la camminata a piedi, per due o tre ore e quella passeggiata mi è rimasta in testa. E’ come se mi avesse lasciato qualcosa, una sorta di messaggio da cui forse è partito il tutto. E poi, essendone rimasto affascinato, sono tornato in altri deserti, anche come semplice turista viaggiatore: in Namibia, in Algeria, nel Kalahari, in Perù, in India. In Oman, per esempio, ricordo di essermi ritrovato, durante una gara notturna, da solo davanti al deserto per un’oretta. Una parte del gruppo era dietro e lì, davanti all’ “infinito”, non ebbi affatto paura ma, al contrario, provai davvero un’emozione forte. Per questo non posso dir altro che io e il deserto abbiamo un ottimo rapporto: mi piace davvero molto, ma non so spiegare esattamente il perché.

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