Per il Papa, la miglior cura per i bambini malati è la “affettoterapia”

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Foto Osservatore Romano
Foto Osservatore Romano

Zenit, di Luca Marcolivio

Una breve visita per un momento di calorosa e cordiale compagnia con dei bambini sofferenti e con le loro famiglie. Un evento che ha dato a papa Francesco lo spunto per menzionare l’episodio della presentazione di Gesù al Tempio, paragonando se stesso e i suoi interlocutori ai protagonisti del celebre passo evangelico.

Di ritorno da Ecatepec, il Santo Padre si è recato in visita all’Ospedale Pediatrico “Federico Gomez” di Città del Messico, accolto dalla “Primera Dama”, Angélica Rivera Hurtado, dal Ministro della Salute e dal Direttore dell’Ospedale, che – alla presenza del Board dei benefattori della struttura – lo hanno accompagnato all’auditorium “Jesús Kumate”, dove ha incontrato alcuni piccoli degenti con i genitori e il personale medico e paramedico dell’ospedale.

Accolto da grida festose, il Papa ha voluto salutare uno ad uno dei bambini – la maggior parte dei quali in sedia a rotelle – distribuendo abbracci, carezze, baci sulla fronte e ricevendo numerose lettere e disegni.

Dopo l’indirizzo di saluto della “Primera Dama”, Francesco ha pronunciato il suo discorso.

“C’è un passo nel Vangelo che ci racconta la vita di Gesù quando era bambino. Era molto piccolo, come alcuni di voi”, ha esordito il Pontefice, soffermandosi in particolare sul momento in cui Giuseppe e Maria portano Gesù dall’anziano Simeone che “con molta gioia e gratitudine, lo prende in braccio e comincia a benedire Dio. Vedere il bambino Gesù provocò in lui due cose: un senso di gratitudine e il desiderio di benedire”.

Simeone è come un “nonno”, che insegna, per l’appunto, a “ringraziare” e “benedire” e il Papa – per età ma soprattutto per ruolo – si è detto “molto vicino” a questa figura evangelica e a questi “due insegnamenti”.

Vedendo i “volti”, gli “occhi”, i “sorrisi” dei piccoli pazienti del “Federico Gomez”, il Santo Padre ha manifestato il “desiderio di rendere grazie”, in particolare, per “l’affetto” nell’accoglierlo ma anche per l’affetto dimostrato da chi ha in cura i bambini nel nosocomio.

“Grazie per lo sforzo di tanti che stanno facendo del loro meglio perché possiate riprendervi presto – ha detto -. È così importante sentirsi curati e accompagnati, sentirsi amati e sapere che state cercando il modo migliore di curarci”.

Al tempo stesso, il Pontefice ha chiesto la benedizione divina sui piccoli pazienti, sui loro familiari e su “tutte le persone che lavorano in questa casa e fanno in modo che quei sorrisi continuino a crescere ogni giorno”, non solo con i medicinali ma soprattutto con la “affettoterapia”, perché il loro tempo di malattia sia vissuto “con più gioia”.

Francesco ha quindi rievocato la storia dell’indio San Juan Diego: “Quando lo zio del piccolo Juan era malato, lui era molto preoccupato e angustiato. In quel momento, appare la Vergine di Guadalupe e gli dice: “Non si turbi il tuo cuore e non ti inquieti cosa alcuna. Non ci sono qui io, che sono tua Madre?”.

Traendo spunto dall’episodio da cui è partita l’evangelizzazione delle Americhe, prima di affidare i presenti alla Vergine di Guadalupe, il Papa ha esortato: “Abbiamo la nostra Madre: chiediamole di offrirci al suo Figlio Gesù. Chiudiamo gli occhi e domandiamole quello che il nostro cuore oggi desidera, e poi diciamo insieme: Ave Maria…”.

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