Il Papa: “L’usura è un grave peccato che grida al cospetto di Dio”

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PapaZenit di Salvatore Cernuzio

“Se il Giubileo non arriva alle tasche non è un vero Giubileo”. Tocca uno dei tasti più sensibili Papa Francesco nella catechesi dell’Udienza generale di oggi: il legame con le ricchezze e il denaro. Ripercorrendo l’antica istituzione del “Giubileo”, come attestata nella Sacra Scrittura, il Papa parla infatti di elemosine, di decime, di calcoli e interessi, di solidarietà e aiuto all’altro, e stigmatizza vigorosamente la piaga dell’usura che mette in ginocchio persone e famiglie.

“Quante famiglie sono sulla strada, vittime dell’usura!”, afferma il Pontefice, “per favore preghiamo, perché in questo Giubileo il Signore tolga dal cuore di tutti noi questa voglia di avere di più dell’usura. Che si ritorni ad essere generosi, grandi. Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie! E tante volte, nella disperazione quanti uomini finiscono nel suicidio perché non ce la fanno e non hanno la speranza, non hanno la mano tesa che li aiuti; soltanto la mano che viene a fargli pagare gli interessi”.

“È un grave peccato l’usura – rimarca il Santo Padre – è un peccato che grida al cospetto di Dio. Il Signore invece ha promesso la sua benedizione a chi apre la mano per dare con larghezza. Lui ti darà il doppio, forse non in soldi ma in altre cose, ma il Signore ti darà sempre il doppio”.

Proprio sul principio della condivisione si fondava l’antica istituzione del Giubileo, che il Levitico presenta come “momento culminante della vita religiosa e sociale del popolo d’Israele”. Durante questo “grande evento di liberazione”, annunciato ogni 50 anni dal suono del corno, “se qualcuno era stato costretto a vendere la sua terra o la sua casa, nel Giubileo poteva rientrarne in possesso”. E “se qualcuno aveva contratto debiti e, impossibilitato a pagarli, fosse stato costretto a mettersi al servizio del creditore, poteva tornarsene libero alla sua famiglia e riavere tutte le sue proprietà”.

Era dunque una sorta di “condono generale” attraverso cui “si permetteva a tutti di tornare nella situazione originaria, con la cancellazione di ogni debito, la restituzione della terra, e la possibilità di godere di nuovo della libertà propria dei membri del popolo di Dio”. Con l’Anno Santo, “chi era diventato povero ritornava ad avere il necessario per vivere, e chi era diventato ricco restituiva al povero ciò che gli aveva preso”.

Il fine – spiega il Papa – era “una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro ridiventassero un bene per tutti e non solo per alcuni”. La funzione era infatti “di aiutare il popolo a vivere una fraternità concreta, fatta di aiuto reciproco”, combattendo povertà e disuguaglianza e “garantendo una vita dignitosa per tutti e un’equa distribuzione della terra su cui abitare e da cui trarre sostentamento”. L’idea centrale era infatti “che la terra appartiene originariamente a Dio ed è stata affidata agli uomini, e perciò nessuno può arrogarsene il possesso esclusivo, creando situazioni di disuguaglianza”.

“Questo, oggi, possiamo pensarlo e ripensarlo”, aggiunge a braccio il Papa, “ognuno nel suo cuore pensi se ha troppe cose. Ma perché non lasciare a quelli che non hanno niente? Il dieci percento, il cinquanta percento … Io dico: che lo Spirito Santo ispiri ognuno di voi”. In questo senso – riprende Francesco – si può dire che il Giubileo come mostrato dalle Scritture era già un “Giubileo di misericordia”, perché “vissuto nella ricerca sincera del bene del fratello bisognoso”.

Anche altre istituzioni e leggi che governavano la vita del popolo di Dio – rammenta – erano orientate a far “sperimentare la misericordia del Signore attraverso quella degli uomini”. “In quelle norme troviamo indicazioni valide anche oggi, che fanno riflettere”, dice il Papa. Ad esempio il versamento delle “decime” destinate ai Leviti, incaricati del culto, i quali “erano senza terra, e ai poveri, agli orfani, alle vedove”. Si prevedeva cioè “che la decima parte del raccolto, o dei proventi di altre attività, venisse data a coloro che erano senza protezione e in stato di necessità, così da favorire condizioni di relativa uguaglianza all’interno di un popolo in cui tutti dovevano comportarsi da fratelli”. C’era anche la legge delle “primizie”, cioè che la prima parte del raccolto, la parte più preziosa, fosse condivisa con i Leviti e gli stranieri che non possedevano campi, “così che anche per loro la terra fosse fonte di nutrimento e di vita”.

“Quante ‘primizie’ chi è più fortunato potrebbe donare a chi è in difficoltà!”, esclama Bergoglio, primizie non solo dei frutti dei campi, ma “di ogni altro prodotto del lavoro, degli stipendi, dei risparmi, di tante cose che si possiedono e che a volte si sprecano”. E proprio pensando a questo, “la Sacra Scrittura esorta con insistenza a rispondere generosamente alle richieste di prestiti, senza fare calcoli meschini e senza pretendere interessi impossibili”.

Un insegnamento, questo, che “è sempre attuale” evidenzia Papa Francesco, raccontando che spesso “nell’Elemosineria apostolica arrivano tante lettere con un po’ di denaro, poca cosa, con scritto: ‘Questa è una parte del mio stipendio per aiutare altri’. E questo è bello – osserva il Santo Padre – aiutare gli altri, le istituzioni di beneficenza, gli ospedali, le case di riposo e le decime; dare anche ai forestieri, quelli che sono stranieri e sono di passaggio. Come Gesù che è stato di passaggio in Egitto”.

Ancora a braccio soggiunge: “Se non sbaglio… le cifre non sono sicure, ma l’80% delle ricchezze dell’umanità è nelle mani di meno del 20% della gente. È un Giubileo – e questo lo dico ricordando la nostra storia di salvezza – per convertirsi perché il nostro cuore divenga più grande, più generoso, più figlio di Dio, con più amore”.

“Ma vi dico una cosa – soggiunge Bergoglio – se questo desiderio, se il Giubileo non arriva alle tasche non è un vero Giubileo. Avete capito? E questo è nella Bibbia, eh! Non lo inventa questo Papa: è nella Bibbia. Il fine – come ho detto – era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro diventavano un bene per tutti e  non per alcuni”.

Di qui l’invito ad “aprirsi con coraggio alla condivisione. Tra concittadini, tra famiglie, tra popoli, tra continenti”. “Contribuire a realizzare una terra senza poveri – conclude il Papa – vuol dire costruire società senza discriminazioni, basate sulla solidarietà che porta a condividere quanto si possiede, in una ripartizione delle risorse fondata sulla fratellanza e sulla giustizia”.

Al momento dei saluti, il Pontefice ricorda che venerdì 12 febbraio partirà alla volta del Messico per il suo dodicesimo viaggio apostolico internazionale. “Prima – dice –  mi recherò a L’Avana per incontrare il mio caro fratello Cirillo. Affido alle preghiere di tutti voi sia l’incontro col patriarca Cirillo, sia il viaggio in Messico”.

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